Francesco Filippi.
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Mussolini ha fatto anche cose buone: le idiozie che continuano a circolare sul fascismo. 
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2019. Bollati Boringhieri Editore, Corso Vittorio Emanuele Secondo, 86, TORINO.
Collezione Temi.
ISBN 978-88-339-3307-8.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Illustrazione di copertina: Manifestazione commemorativa di militanti dell'estrema destra davanti alla tomba di Benito Mussolini a Predappio. 24 aprile 2016 da GOOGLE.
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Dopo oltre settantanni dalla caduta del fascismo, mai come ora lidra risolleva la testa, soprattutto su Internet, ma non solo. Frasi ripetute a mo di barzelletta per anni, che parevano innocue e risibili fino a non molto tempo fa, si stanno sempre pi facendo largo in Italia con tuttaltro obiettivo. E fanno presa. 
La storiografia ha indagato il fascismo e la figura di Mussolini in tutti i suoi dettagli e continua a farlo. Il quadro che  stato tracciato dalla grande maggioranza degli studiosi  quello di un regime dispotico, violento, miope e perlopi incapace. Laccordo tra gli studiosi, che conoscono bene la storia,  piuttosto solido e i dati non mancano. 
Ma chi la storia non la conosce bene  e magari ha unagenda politica precisa in mente  ha buon gioco a riprendere quelle antiche storielle e spacciarle per verit.  il meccanismo delle fake news, di cui tanto si parla in relazione a Internet; ma  anche il metodo propagandistico che fu tanto caro proprio ai fascisti di allora: Dite il falso, ditelo molte volte e diventer una verit comune. 
Per reagire a questo nuovo attacco non resta che la forza dello studio. Non resta che rispondere punto su punto, per mostrare la realt storica che si cela dietro alle sparate della Rete. Perch una cosa  certa: Mussolini fu un pessimo amministratore, un modestissimo stratega, tuttaltro che un uomo di specchiata onest, un economista inetto e uno spietato dittatore. Il risultato del suo regime ventennale fu un generale impoverimento della popolazione italiana, un aumento vertiginoso delle ingiustizie, la provincializzazione del paese e infine, come si sa, una guerra disastrosa. 
Basta unora per leggere questo volume, e sar unora ben spesa, che dar a chiunque gli strumenti per difendersi dal rigurgito nostalgico che sta montando dentro e fuori il chiacchiericcio sguaiato dei social. 
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L'autore.
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Francesco Filippi (1981), storico della mentalit e formatore,  presidente dell'Associazione di Promozione Sociale Deina, che organizza viaggi di memoria e percorsi formativi in collaborazione con scuole, istituti storici e universit in tutta Italia. Ha collaborato alla stesura di manuali e percorsi educativi sui temi del rapporto tra memoria e presente. Tra le sue ultime pubblicazioni Appunti di Antimafia. Breve storia delle azioni della 'Ndrangheta e di coloro che l'hanno contrastata (con Dominella Trunfio, 2017) e Il Litorale Austriaco tra Otto e Novecento. Quanti e quali confini?, in Piacenza, Trieste, Sarajevo, un viaggio della Memoria (a cura di Carla Antonini, 2018).
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Indice.
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La rivincita della realt, prefazione di Carlo Greppi.
Quando c'era Lui.
Una cosa buona.
L'arma pi forte.
Riferimenti bibliografici.
Riferimenti filmografici.
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Fine Indice.
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PREFAZIONE.  di Carlo Greppi.
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La rivincita della realt.
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Carlo Greppi (Torino, 1982), storico e scrittore, ha collaborato con Rai Storia, organizza viaggi della memoria con l'associazione Deina ed  membro del Comitato scientifico dell'Istituto nazionale Ferruccio Parri, che coordina la rete degli Istituti per la storia della Resistenza e dell'et contemporanea in Italia. I suoi ultimi libri sono 25 aprile 1945 (2018), L'et dei muri. Breve storia del nostro tempo (2019), e la curatela (con D. Bidussa) di Ferruccio Parri, Come farla finita con il fascismo (2019). Per Bollati Boringhieri ha curato e tradotto il libro di Piotr M.A. Cywinski, Non c' una fine. Trasmettere le memorie di Auschwitz (2017).
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Quando c'era Lui.
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A sessantacinque anni dalla caduta del nazismo, sfaldatosi tra le macerie di un'Europa in ginocchio di fronte alle sue decine di milioni di morti, il Museo di Storia tedesca di Berlino inaugurava la mostra Hitler e i tedeschi. Collettivit nazionale e crimine. Era un percorso stupefacente, che tra documenti di ogni genere illuminava la relazione tra la capacit seduttiva del Fhrer e la sua presa letale sulla societ tedesca degli anni trenta e quaranta. Tra le scoperte pi sconvolgenti in cui inciampava il visitatore c'era indubbiamente lo svelamento dell'enorme diffusione che il Mein Kampf - il "manifesto" di Hitler edito nel 1925 e ristampato in continuazione - aveva avuto a partire dalla sua pubblicazione.1 Quel libro era un tentativo di imporre alla Germania, e al "Reich millenario", la visione del mondo del suo leader. Nel dopoguerra quella visione  stata invece annichilita da un notevole sforzo di "fare i conti" con il nazismo, inchiodato alle sue responsabilit storiche, agli incontrovertibili fatti che sono emersi a ondate - dai processi di Norimberga in avanti -, affiancandosi a grandi narrazioni che hanno sottratto argomenti ai nostalgici, mostrando la spietatezza che l'ascesa di "Er" - il "Lui" tedesco - aveva riversato sulla Germania, sull'Europa e sul mondo intero. Ispirandosi esplicitamente al nostro "Lui", Benito Mussolini.
 inutile negare l'effetto straniante che pu generare, su un uomo e una donna del ventunesimo secolo, quel gesticolare eccessivo comune a entrambi i dittatori, quella retorica gridata, furibonda e pervasiva, ma questo non rende una sua eventuale riproposizione meno pericolosa o meno attuale. Lo ha evidenziato il successo di pubblico dello strepitoso romanzo satirico Lui  tornato di Timur Vermes (2012), che due anni dopo la mostra Hitler e i tedeschi immaginava un Fhrer risvegliatosi in carne e ossa nella Berlino del nostro tempo, un Fhrer che si rende conto in fretta di quanto possa essere facile reinterpretare - letteralmente - gli slogan dei fascismi e conquistare ancora le coscienze dei nostri contemporanei. Nella capitale tedesca, ancora nel 2013, il chiaroscuro dei baffi di Hitler campeggiava sugli scaffali delle librerie che espongono la vetta delle classifiche, ed era forse naturale che quel successo avrebbe dato i suoi frutti e stimolato adattamenti. L'omonimo film che ne  stato tratto nel 2015 ha infatti avuto un tentativo di emulazione anche in Italia, con il remake nostrano Sono tornato (2018), che si  per rivelato un timido fuoco di paglia nel dibattito pubblico italiano sul fascismo. Ma questo scorcio di anni duemila  particolarmente fertile per ravvivare i nostri "conti con il fascismo": evocato dai politici e dai media, nel mirino di continue polemiche sui suoi luoghi simbolici e sui suoi monumenti, il fascismo pare essere sempre nei nostri pensieri.2
Uno degli esempi pi graffianti, collocato idealmente sullo stesso scaffale di Lui  tornato ma pi irriverente e dissacrante,  il magistrale Quando c'era LUI di Daniele Fabbri, Stefano Antonucci e Mario Perrotta (2017), uscito inizialmente in fumetteria e poi in volume unico, la cui diffusione - almeno in principio - rimane comunque ascrivibile al circuito dell'underground; un'operazione che in qualche modo evoca gli sketch di Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti e il film derivato (2006), che trovate citato anche in questo libro. Quando c'era LUI  una riuscitissima parodia in cui Mussolini torna tra noi, ancora una volta, "ma  negro", e nella copertina del fascicolo numero 1  ritratto a testa in gi mentre fa il saluto romano. L'opera nel suo complesso e il rimando a Piazzale Loreto furono subito interpretati come "provocazioni" degne di un raid punitivo in salsa social: la presentazione delle prime tavole alla fiera Romics di Roma del 2016 ha suscitato l'intrepida reazione di Davide Di Stefano, dirigente di Casapound, che (filmandosi, tronfio e divertito) fingendo di inciampare ha versato un bicchiere di Coca-Cola sullo stand responsabile di aver pubblicato "quel fumetto demmerda".3 Corre ai ripari "Il primato nazionale", il "quotidiano sovranista" (sic!) che ridimensiona l'accaduto e specifica che "altro non si  trattato che di uno scherzo, di una goliardata" (termine alquanto ricorrente nel giustificare l'operato dei neofascisti), ma i commenti dei "camerati" non sono sempre dello stesso tenore. Tale "antonio", per esempio, scrive in calce al pezzo: "Ha fatto bene, io ci pisciavo sopra ai libri dei porci antifascisti".4
Ecco, cari neofascisti del terzo millennio e cari nazionalisti che guardate con nostalgia a una delle epoche pi buie della storia contemporanea: questo  un libro sul quale proverete a versare ogni forma di liquido, perch queste pagine scavano e svelano, scardinano e colpiscono dritto nel segno. Arrivano al bersaglio grosso, senza tentennamenti. Perch a quasi cento anni dal suo avvento, il tempo del fascismo "all'acqua di rose", guidato da un leader che aveva a cuore il proprio popolo e l'umanit intera, dispensatore di felicit e benessere, deve finire.

Una cosa buona.
Il libro che avete tra le mani - agile, a tratti giustamente canzonatorio, ma serissimo - si colloca sulla scia di una serie di importantissimi lavori che nell'ultimo quarto di secolo hanno provato a decostruire tutta una serie di "miti", del tutto slegati dalla realt storica, che ammorbano l'Italia dagli anni venti del Novecento, dimostrando come le loro matrici vadano cercate, appunto, alla radice. Risalendo la corrente, come i grandi storici sanno fare.
Per citare solo tre volumi ormai classici,  il caso de Il mito del bravo italiano di David Bidussa (1994), del fortunatissimo Italiani brava gente? di Angelo Del Boca (2005) e del volume dal titolo provocatoriamente manicheo Il cattivo tedesco e il bravo italiano di Filippo Focardi (2013), che ci mostra come gi durante il conflitto 1940-1945 il mondo della cultura e quello della politica si fossero adoperati in uno sforzo convergente. Prefiggendosi l'obiettivo di riabilitare l'Italia sulla scacchiera internazionale, avevano riabilitato, in sostanza, il fascismo stesso, che aveva guidato il paese con il pugno di ferro nel ventennio precedente. Per aggiungere un tassello a questa incompleta ricognizione, a proposito delle responsabilit della "guerra fascista", l'editore che ha il merito di dare oggi alle stampe Mussolini ha fatto anche cose buone aveva gi pubblicato, nel 2003, una pietra miliare quale Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell'Italia fascista, 1940-1943 di Davide Rodogno, un saggio che di balbettii giustificatori, rispetto alla guerra di aggressione fascista, non ne aveva.5 Molti dei volumi che di recente hanno contribuito a smascherare le menzogne del e sul ventennio li trovate qui nella bibliografia e nei riferimenti mirati: da La macchina imperfetta. Immagine e realt dello Stato fascista di Guido Melis (2018) a Il fascismo dalle mani sporche. Dittatura corruzione affarismo (a cura di Paolo Giovannini e Marco Palla, 2019), da Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana di Ian Campbell (2018) - un volume che l'autore di questo libro ha fortemente voluto portare in Italia - ad alcune delle ultime opere di Emilio Gentile, va ribadito come gli storici, costantemente ripresi in queste pagine, abbiano prodotto un incessante lavorio di demolizione del "mito" del fascismo buono. Ma, come si dice, non c' pi sordo di chi non vuol sentire.
Quando, mesi fa, Francesco Filippi ha inviato la "breve raccolta di bufale fasciste" ai soci fondatori dell'associazione Deina, si trattava di un agile vademecum di 35 pagine per i tutor che ogni anno accompagnano con noi migliaia di ragazzi sui luoghi della memoria europei. Era uno strumento educativo, efficace e tagliente, che in poche parole e senza fronzoli dava alla nostra squadra di formatori elementi conoscitivi volti a smontare, fonti alla mano, le idiozie che continuano a circolare sul ventennio. Come qui scrive Francesco nei ringraziamenti, l'input era arrivato proprio da uno di loro, Giosu. L'idea di farne un libro, partendo da quella che abbiamo prontamente definito "La Matrice",  corsa cos in parallelo al dibattito scatenato dall'uscita del criticatissimo Istruzioni per diventare fascisti di Michela Murgia e del romanzo documentario di Antonio Scurati M. Il figlio del secolo che, ancora una volta, provocava nel paese una serie di reazioni - perplessit ed elogi, entusiasmi e isterismi - le quali, pi che rivolte al volume in s (primo di un'annunciata trilogia), sembravano agitarsi intorno al Capo, al suo irrisolto collocamento nella storia d'Italia, al suo costante difendere un ruolo tutto sommato di prestigio, di presenza statuaria, di ragion d'essere in un paese che oggi di nuovo si fa abbindolare dalla forza seduttiva dell'"uomo forte", inseguendo "balle" e "leggende" - riprendo lemmi scelti da Francesco - che riabilitano Mussolini e il suo operato. Perch "pensare un ipotetico passato positivo", ci mette in guardia Francesco, "lascia una speranza nell'animo di chi  scontento del proprio presente".
"Molte delle bufale sul fascismo", scrive ancora Francesco in apertura di questo libro, "nacquero dal fascismo stesso", ed  questo, credo, il fil rouge che tiene insieme ogni suo capitolo. Il problema, al di l delle giustificate preoccupazioni per le derive autoritarie del presente,  che il fascismo, quell'"oggetto dotato di tratti peculiari"6 non esattamente replicabili,  un'esperienza conclusa, finita. Come ha sottolineato efficacemente un articolo de "Linkiesta", che rifletteva sull'uscita in sala del remake Sono tornato, la questione di fondo, per, " che non se n' mai andato"7 per davvero.

L'arma pi forte.
C' da dire che, naturalmente, il fascismo aveva fatto di tutto per evitare di essere smascherato. Nel 1925, ad esempio, aveva introdotto il reato di "offesa al Duce" - vulnus che insospettabilmente torna, di tanto in tanto, di attualit 8 -, che puniva i colpevoli con la reclusione e con una multa, reato poi riformulato nel Codice penale che aument la pena, stabilendo la reclusione da uno a cinque anni, e inserito infine nel Codice militare di pace, che la accresceva da tre a dodici anni. Dei circa cinquemila denunciati tra il 1926 e il 1943, oltre un terzo fu mandato al confino - il 15% dei confinati antifascisti! -, circa 300 furono condannati alla reclusione dal Tribunale speciale, e gli altri furono ammoniti o diffidati. Fu cos che Mussolini "riusc, per anni, a neutralizzare i dissacratori del mito della sua persona, ma non a sconfiggerli".9 Dalle conversazioni in trattoria o al telefono alle corrispondenze private, dai volantini alle scritte murali, le ingiurie contro il duce erano una litania inarginabile nel ventennio, e il regime temeva la loro diffusione. Era un'altra epoca, non c'era la rete. Ma c'era un antifascismo a pi dimensioni, che dalle osterie alle "patrie galere", dai fogli clandestini alle aule scolastiche, provava a dotare il proprio tempo - e noi posteri - degli elementi per comprendere il fascismo nella sua brutalit e nei suoi lati pi meschini.
In queste pagine Francesco riprende tra le altre le opere di Angelo Tasca e Giacomo Matteotti, alle quali si possono aggiungere le riflessioni di altri pilastri dell'antifascismo, come Emilio Lussu, che sognava il tempo in cui sarebbe emersa una visione oggettiva di quegli anni, e Ferruccio Parri, vicecomandante del Corpo volontari della libert e primo presidente del Consiglio dell'Italia libera, che nel 1964 scriveva che " questa facilit di propaganda che ci impensierisce: questo periodico ritorno a sistemi, a ideologie di violenza, che non vogliamo e che non dobbiamo volere". Otto anni dopo, in un clima di preoccupante violenza politica, Parri ribadiva: "E discorrendo delle cose fatte e rimaste da fare, mi pareva di veder avanzare dal fondo della sala sprezzante e ghignante l'immenso esercito parafascista, l'obeso ventre della storia d'Italia, che aveva vinto, mi aveva vinto". Niente di nuovo, insomma: "l'inquinamento morale" - per riprendere ancora parole di Parri 10 - della vita politica italiana non  certo di oggi, n lo  lo sforzo di riproporre una visione edulcorata del fascismo storico. Quello che c' oggi di inedito, credo,  la sua tentacolare capacit di diffondersi attraverso i social media, unita a una frammentazione dell'opposizione, anche culturale.
Christian Raimo ha di recente sostenuto, opportunamente, che oggi "le idee fasciste e neofasciste sono sopravvissute e sembrano meno pagliaccesche, residuali, autocontraddittorie, violente, come invece  stato per tutti i decenni in cui l'antifascismo  stato la religione civile della repubblica italiana".11 Ed  vero, credo. Forse la ragione  che mancano armi come questa, da contrapporre frontalmente ai derivati postnovecenteschi della retorica fascista dura a morire, che occupano massicciamente ogni spazio delle nostre esistenze a cavallo tra il reale - i bar, i tram - e il virtuale. D'altra parte, proprio un antifascista come Giovanni Amendola, che sei mesi dopo la presa del potere di Mussolini aveva coniato l'aggettivo "totalitario" (qui adottato senza esitazioni dall'autore), in occasione delle celebrazioni della marcia su Roma parlava di "spirito totalitario", intendendo "la pratica di violenza e di demagogia, con la quale il fascismo si stava impossessando del monopolio del potere e imponeva agli italiani la sua identificazione con la nazione e con lo Stato".12 Uno spirito che si sarebbe reincarnato nelle forme partitiche seguite allo scioglimento del Pnf - dalla Repubblica sociale italiana al Movimento sociale italiano, da Alleanza nazionale ai partiti dichiaratamente neofascisti che ancora corrono alle elezioni - ma che, soprattutto, sarebbe rimasto avvinghiato alla mentalit di una fetta consistente dell'opinione pubblica italiana. Un segmento della nostra societ difficile da censire ma presente in centinaia di migliaia di like e condivisioni, spesso vittima di un sortilegio che replica all'infinito la propaganda fascista, vestendola di nuovi abiti - scintillanti meme, tweet aggressivi, orribili fotomontaggi con sentenze che strillano, scritte con il caps lock13 - ma che, in fondo, altro non  che l'immagine del Mussolini dipinto in maniera convincente da Antonio Scurati, e che tutti conosciamo. Un uomo che "annuisce con il capo a ci che lui stesso ha detto".14 Nell'Italia di oggi, e lascia sgomenti ammetterlo, ci sono centinaia di migliaia di persone che esprimono il loro apprezzamento e condividono compulsivamente balle colossali, balle che il fascismo mise in circolazione nella prima met del secolo scorso, intestandosi risultati altrui o truccando la realt. E proprio ora che serviva un manuale di autodifesa, questo manuale  arrivato - ce lo avete tra le mani.
Non  questa la sede per ripercorrere la genesi, attraverso la storia della memoria pubblica del ventennio, di tutte le menzogne che Francesco ha scovato pazientemente in rete turandosi il naso, ma indubbiamente la voce fuoricampo dello speaker di uno dei prodotti culturali che pi ha insinuato nell'immaginario degli italiani l'idea del fascismo "buono" ci pu introdurre a questo libro fondamentale per capirne qualcosa di pi. Sono parole piuttosto definitive che hanno una particolare forza dirompente:
Il duce si era fatto un'idea di ci che  la storia, di ci che  il destino dei popoli. Che per la pace ci sia tanta gioia gli sembra quasi un segno di mollezza: ci sente dentro un'ombra di vilt. Nel fondo oscuro del suo sentimento ci sta in realt un profondo pessimismo: un popolo, per essere grande, deve commettere grandi prepotenze, essere pronto a grandi crudelt.15
Lascio a voi lettori il piacere - perch s, seguire la prosa e l'argomentare di Francesco  puro piacere - di sprofondare nel debunking delle "bufale" sul fascismo e nella graduale scoperta delle loro ovvie origini (il fascismo stesso, appunto), ma lo faccio consapevole del fatto che Mussolini ha fatto anche cose buone  gi un "classico",  una guida,  il risultato di una rara capacit di fare cultura "alta" a partire dalla concretezza dell'esperienza. Della ricerca, dello studio, della scrittura e del confronto con il reale. Un libro nato da una "Matrice" educativa che mi auguro diventi a sua volta il cardine per una solida presa di coscienza dei disastri che una tragica esperienza come il fascismo ha creato, per cerchi concentrici, su tutto il pianeta. D'altra parte, come sosteneva lo stesso De Felice nel difendersi dalle accuse di "giustificazionismo", "i fatti sono assai pi eloquenti e persuasivi delle filippiche di certo antifascismo da comizio e di tante schematizzazioni che fanno acqua da tutte le parti".16
Nelle prossime pagine annegherete nei "fatti", ricostruiti con precisione inattaccabile e quasi maniacale, anche se c' da dire che s, certo, il fascismo ha fatto anche "cose buone" - anche per i nostri parametri, a voler esagerare un po'. Sarebbe fantascienza se in vent'anni non le avesse fatte, no? Anche un orologio rotto, dicono i saggi, segna l'ora giusta due volte al giorno.
Un ultimo dettaglio, niente affatto secondario, in chiusura: mentre io scrivo queste righe, Francesco  ad Auschwitz. Letteralmente, dico.  immerso con decine di under 40 - come lui - e under 30 a mostrare a quasi ottocento studenti delle scuole superiori a cosa hanno portato i fascismi europei. Perch, ancora a proposito dei molti "fatti" che troverete qui, ricordiamoci sempre di che materia  composta la storia. Francesco, in questo momento, sta camminando anche sulle ceneri delle migliaia di ebrei - italiani e stranieri - catturati nella penisola italiana da zelanti fascisti,17 che davano la caccia agli esclusi del loro tempo con ferocia e impegno, rendendosi degni del loro duce, rendendosi degni di "Lui".
Torino, febbraio 2019.


Mussolini ha fatto anche cose buone.
A mia moglie Cristina,
che aspettava questo libro
da pi tempo di me.

Premessa.
Ha fatto anche cose buone?
Perch questo libro?
"Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte, e diventer una verit", pare dicesse il ministro della propaganda Joseph Goebbels quando illustrava, come uno chef orgoglioso della propria ricetta, la lista degli ingredienti per una efficace informazione totalitaria. Ricetta applicabile anche oggi, tanto pi che i supporti su cui pu correre una notizia, vera o falsa che sia, sono infinitamente pi veloci di quelli dei tempi del ministro della propaganda del Reich. Cos veloci che l'eventuale lavoro di ricerca e smentita risulta inutile, superato dalla velocit di immissione di sempre nuove bugie nel sistema. Smontare una bufala quando la gente gi parla d'altro  inutile: una battaglia persa, o comunque a perdere.
Se sul presente si  costretti a combattere un'estenuante guerra di trincea per, qualcosa in pi  possibile fare sul passato: le fake news storiche hanno lo svantaggio di essere ancorate a un argomento specifico, e la smentita di una bufala storica, una volta elaborata, ha la stessa velocit di propagazione della bugia che contrasta.
Perch  importante contrastare questo particolare tipo di fake news?
Perch la storia, e il ricordo che ne deriva, hanno un peso consistente nella continua costruzione della memoria di ognuno: se le fake news sul presente fanno presa sulle opinioni, che giustamente cambiano a seconda degli stimoli, le fake news sui fatti storici avvelenano l'immenso campo di esperienze, valori ed emozioni su cui costruire l'immagine del passato.

Qual  lo scopo di dire bugie sulla storia?
Marc Bloch, uno dei pi grandi storici del Novecento e partigiano, parlando della nascita delle notizie false spiegava che "probabilmente nascono spesso da osservazioni individuali inesatte o da testimonianze inesatte, o da testimonianze imprecise, ma questo accidente originario non  tutto; in realt, da solo non spiega niente. L'errore si propaga, si amplia, vive infine a una sola condizione: trovare nella societ in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole. In esso gli uomini esprimono inconsapevolmente i propri pregiudizi, gli odi, le paure, le proprie forti emozioni. [...] Solo grandi stati d'animo collettivi hanno il potere di trasformare in leggenda una cattiva percezione".18
Mentre le fake news sul presente, quindi, servono a indirizzare l'opinione del pubblico a cui sono rivolte, le false notizie sulla storia hanno lo scopo pi profondo di rassicurare chi le accetta nei propri sentimenti, nelle proprie emozioni. Una balla sul passato  rassicurante, conferma sensazioni di cui altrimenti ci si vergognerebbe, fissando dei punti di riferimento tranquillizzanti, non importa se veri o falsi.
Scardinare una bufala di carattere storico ha perci due effetti: il primo, correggere l'insieme delle informazioni sul passato che si utilizzano per costruire la propria memoria singola e quella collettiva; un uso che diremmo "neutro", o al pi "riparatorio". Il secondo effetto, pi difficile da gestire,  quello di distruggere sicurezze e presunti dati di fatto in chi ascolta; fenomeno pericoloso, che pu creare un muro di incomunicabilit. Non si scardina impunemente una certezza. Per questo, purtroppo, spesso il lavoro di demolizione di falsit storiche non  utile a far cambiare atteggiamento ai diffusori di queste notizie; ma  un lavoro che va comunque portato avanti per circoscrivere l'ambito di diffusione di notizie false che avvelenano la memoria, e, attraverso di essa, la percezione del presente. Smontare una balla che circola su Internet spesso non  utile per far cambiare idea a chi diffonde stupidaggini, ma serve a chi naviga nel web per poter riconoscere, e allontanare, le fonti di notizie false.
Proprio come conoscere il passato  un modo per capirne i meccanismi e ricavarne consapevolezza sul presente, cos conoscere e saper smentire le bugie che circolano sul passato  un modo per scoprire i pericoli di una cattiva memoria e prevenire i danni che essa pu cagionare.
Sembra molto significativo a questo proposito che una delle figure su cui si raccontano pi balle in Italia sia Benito Mussolini: un personaggio che ha dominato vent'anni di storia europea, abbastanza lontano nel tempo per non essere altro che un personaggio storico, su cui per continuano a fiorire leggende e bugie, per lo pi positive. Molte delle bufale sul fascismo nacquero dal fascismo stesso, altre si imposero nei momenti in cui a un presente negativo si cercava, disperatamente, di contrapporre un passato benigno. Come oggi.
Umberto Eco ricordava che "Mussolini non aveva nessuna filosofia: aveva solo una retorica";19  quindi normale che il fascismo, specialmente oggi, pi che di un'ideologia storica assuma i connotati di una narrativa pubblica. Non una successione di idee, ma un racconto mitico di felicit perduta. Diffondere spunti di memoria positivi su chi, come vedremo,  stato di fatto il maggior massacratore di italiani della storia, non serve a fare storiografia: gli esperti del settore annusano da lontano le bufale sul duce. Serve per, anzi  utilissimo, per creare emozioni; come una bella storia, una favola raccontata per rassicurare, o mettere in guardia. Pensare a un ipotetico passato positivo lascia una speranza nell'animo di chi  scontento del proprio presente. In un momento di velocit e valori fluidi, avere un posto sicuro e tranquillo in cui rifugiarsi  rinfrancante, anche se questo posto  la memoria, anche se questa memoria  falsa. Costruire balle sul passato serve anche, nel caso di Mussolini, a mettere in piedi un racconto dell'oggi efficace e semplice, una prospettiva a cui tendere. Il famoso "Quando c'era Lui!"  al contempo una rassicurazione sul passato e una velata minaccia sul presente: "se tornasse Lui..." o, ancor pi chiaramente, "quando torner Lui, o uno che gli assomigli...".
La base di un possibile futuro totalitario passa anche dalla riabilitazione del passato totalitario. Mostrare la realt di quel passato  un primo passo per evitare che quel passato diventi futuro.

Il duce previdente e previdenziale.
Mussolini ha dato le pensioni agli italiani?
Quello delle pensioni  uno dei cavalli di battaglia dei nostalgici delle piazze reali e virtuali. L'idea, ancora piuttosto diffusa,  che Mussolini, una volta salito al potere, abbia costruito il sistema previdenziale italiano, dando a tutti la possibilit di godersi in serenit la vecchiaia attraverso un moderno sistema di contributi. Accanto al sistema pensionistico, lo stato fascista avrebbe inoltre attivato le principali forme di tutela sociale e di regolamentazione delle condizioni di lavoro. Un sistema articolato, degno di un regime attento ai bisogni dei propri sudditi, che avrebbe donato agli italiani il diritto a un riposo dignitoso durante la vecchiaia e condizioni di lavoro confortevoli e tutelate.
La pensione, o per meglio dire il sistema previdenziale per vecchiaia e malattia, fu in effetti un'invenzione tedesca, comparsa per la prima volta in Germania grazie al cancelliere Otto von Bismarck. Nel 1888 venne introdotta nell'Impero tedesco la legge sulla Assicurazione per vecchiaia e invalidit,20 un sistema di contribuzione che affidava allo Stato, dietro versamento di contributi, la cura economica dei lavoratori una volta divenuti, per et o infermit, inabili al lavoro. Una vera e propria rivoluzione sociale che si diffuse da l in poi nel resto dell'Europa industriale.

La nascita del sistema pensionistico in Italia (1895-1919).
Il governo italiano adott ufficialmente un primo sistema di garanzie pensionistiche nel 1895, 27 anni prima della presa del potere da parte del fascismo, grazie al governo Crispi. Il regio decreto 21 febbraio 1895 n. 70,21 prevedeva che gli impiegati nel settore pubblico e i militari di servizio avessero diritto a una forma di copertura previdenziale in caso di messa a riposo per raggiunti limiti di et o per malattia invalidante. Era prevista anche, nelle norme attuative, la possibilit di attivare forme di pensioni di reversibilit per le vedove e gli orfani. Tre anni dopo il governo Pelloux eman la legge n. 350 del 1898,22 attraverso cui venivano garantite le coperture previdenziali per una serie di categorie lavorative. Venne fondata contestualmente la "Cassa nazionale di Previdenza per l'invalidit e la vecchiaia degli operai", l'istituto che si occuper di gestire i contributi ed erogare le prestazioni previdenziali spettanti ai lavoratori.
Il sistema dapprima fu su base volontaria, sostenuto dallo Stato con incentivi alle aziende che aderivano. Grazie soprattutto alle lotte sindacali dei lavoratori italiani, si diffuse in breve tempo nelle maggiori categorie industriali del paese.
Allo scoppio della prima guerra mondiale una serie di provvedimenti assistenziali e previdenziali era dunque gi prevista per i lavoratori del settore pubblico, per i militari e per i dipendenti dei settori industriali. Il conflitto, con le agitazioni operaie e il rischio di una deriva rivoluzionaria nel paese, costrinse il governo a promettere ulteriori riforme per mantenere la pace sociale e per sostenere lo sforzo bellico. Fu cos che a guerra conclusa, nel 1919, si ebbe una nuova serie di riforme sociali attraverso l'introduzione di ulteriori protezioni.23 Il settore pensionistico venne riformato radicalmente: la vecchia Cassa di Previdenza divent "Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali", e l'adesione al sistema dei versamenti fu imposto alle aziende come obbligatorio. Nel consiglio di amministrazione dell'ente vennero ammessi rappresentanti dei sindacati. Il cambio di nome della Cassa faceva intendere che il sistema di protezione garantito non era pi beneficio del singolo lavoratore, ma esteso all'insieme della societ. Tutti gli italiani lavoratori da quel momento, cio appunto dal 1919, ebbero diritto, per legge, alla pensione.
Il nucleo di previdenza sociale in Italia, nato nel quadro delle riforme della sinistra storica di Francesco Crispi, fu quindi costituito compiutamente nella sua dimensione di sistema di previdenza universale dal governo liberale di Vittorio Emanuele Orlando.

Gli interventi fascisti (1922-1939).
Una volta conquistato il potere Mussolini si preoccup immediatamente di prendere il controllo di un settore dell'apparato statale cos importante come la previdenza. Il primo cambiamento nei confronti del sistema nel suo complesso fu allo stesso tempo simbolico e di sostanza: con regio decreto del 27 aprile 1923 il Ministero del Lavoro e della Previdenza venne abolito.24 In questo modo si chiar subito che il lavoro e la previdenza, in quanto tali, non avevano una propria autonomia di indirizzo, ma erano solo uno spezzone dell'organismo accentratore in cui si stava gi trasformando il governo. Si accentrarono le funzioni, e quindi le leve di comando, su ministeri come quello del Tesoro, saldamente in mano a fedelissimi. Il 4 maggio 1923 vennero cambiati i vertici della Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali e vennero imposti uomini di fiducia e rappresentanti delle formazioni sindacali filofasciste.25
A quel tempo la Cassa era ancora, nella sostanza, prevalentemente un ente finanziario. I suoi compiti principali erano la raccolta dei premi dei lavoratori assicurati e l'erogazione degli assegni pensionistici. Una volta ottenuto il controllo, Mussolini cominci a concentrare in questo ente molti dei servizi gi resi da strutture previdenziali di categoria e servizi di assistenza sociale differenti da quelli originari, come le coperture di invalidit e vecchiaia di categorie di lavoro specifiche e le prestazioni di protezione sociale. Nel 1924, ad esempio, confluirono nella Cassa i compiti di gestione dell'assicurazione di disoccupazione involontaria.26 Nel 1927 vi confluirono addirittura prestazioni parasanitarie come la gestione delle assicurazioni per la tubercolosi.27 Queste e altre assunzioni di gestione avevano il preciso scopo di accentrare in un unico ente, controllabile direttamente dall'esecutivo, le molte forme di attenzione e previdenza sociale che negli anni erano sorte accanto alle strutture di assistenza pubblica. L'intento evidente era quello di poter controllare qualsiasi forma di aiuto sociale, rendendo di fatto ogni prestazione dipendente dallo Stato, cio dal partito. La Cassa cambiava la sua funzione originaria, concentrando in s la quasi totalit degli interventi pubblici che oggi chiameremmo di welfare, che all'epoca erano gi presenti nella realt italiana e che il fascismo si limit ad amalgamare.
A fronte di queste manovre non vi fu per un ampliamento contestuale delle strutture della Cassa, che infatti fin da subito ebbe difficolt a far fronte ai propri nuovi obblighi; lo stesso consiglio di amministrazione, bench ormai addomesticato, ebbe a sottolineare pi volte tale squilibrio, lamentandosene col governo.28 Il paradosso, quindi, fu che i primi provvedimenti del fascismo attorno al tema previdenziale provocarono l'appesantimento del sistema e la sua progressiva inefficienza. Riforme che, anzich essere migliorative, avevano l'unico scopo di asservire e rendere controllabile il sistema direttamente dai vertici del potere.
Il culmine di questa operazione di appropriazione delle strutture previdenziali si ebbe nel 1933. In quell'anno il fascismo decise una riforma della struttura dell'ente nel suo complesso. L'effetto pi visibile, e anche significativo, della riforma, fu quello di ribattezzare la struttura: venne cambiato il nome alla Cassa Nazionale, trasformandola in "Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale", dall'impronunciabile acronimo INFPS.29 L'apposizione del termine "fascista" fu un tentativo propagandistico di impossessarsi di quello che nei fatti era stato il frutto di decenni di contrattazioni e lotte sindacali, di riforme attuate dai governi liberali e di iniziative delle associazioni di categoria dei lavoratori. Oltre al cambio del nome vennero introdotte altre modifiche nell'impostazione della macchina previdenziale. La struttura dell'istituto, ormai divenuto uno dei pi grandi enti statali dell'epoca, venne verticalizzata, concentrando nelle mani del presidente prerogative e competenze prima spalmate sugli organi di gestione, come il consiglio di amministrazione. Com' facile immaginare la nomina della figura di questo nuovo "superpresidente" passava direttamente nelle mani del capo del governo.
Con questa decisiva riforma il fascismo non invent la previdenza in Italia: se ne impossess, semplicemente. Una volta occupata stabilmente questa fetta di settore pubblico, il regime fece dell'INFPS un grande dispensatore di stipendi: i dipendenti diretti arrivarono a 8000 nel 1941, cifra che ne faceva il secondo datore di lavoro pubblico in Italia.30 Lavorare per l'INFPS divenne un sogno per una buona fetta della piccola borghesia impiegatizia, zoccolo duro di consenso al fascismo; la cifra delle aspettative di molti in questo senso  data dal tragicomico episodio del presidente dell'istituto, Bruno Biagi, che nel 1939 dovette pubblicare un comunicato sui principali giornali italiani in cui si pregava i molti aspiranti di smettere di inviare candidature, "che l'istituto non ha bisogno di personale".31 Accanto a questi posti fissi e ben pagati si aggiunse nel tempo una massa di professionisti, precari, lavoratori a tempo determinato, che sulla carta dovevano sopperire ai moltissimi compiti straordinari dell'ente e che nei fatti divennero un solido strumento di consenso del regime: resa obbligatoria l'iscrizione al partito fascista per ricoprire incarichi pubblici, moltissimi si affrettarono a chiedere di essere sistemati tra gli organici, anche precari, della previdenza. Per normare questo assalto alla diligenza di fascisti fedeli o presunti tali in cerca di stipendio venne addirittura varata una legge, la legge 29 maggio 1939, n. 782, dall'eloquente titolo Sistemazione degli avventizi squadristi in servizio presso le Amministrazioni dello Stato ed altri Enti pubblici.32 Con questa norma le amministrazioni pubbliche vennero costrette ad assumere in massa chiunque potesse presentare patente di fascista di lungo corso. Ovviamente titoli di merito o attestati di lunga militanza potevano essere elargiti solamente dai membri pi in vista del partito, e la caccia al patentino di squadrista divenne un modo come un altro per alimentare il sistema clientelare attorno ai potentati locali e nazionali, i cosiddetti "ras" del fascismo.
Al contempo l'ente divenne una cassa continua da cui il regime poteva pescare fondi straordinari e contributi per i pi diversi scopi: consorzi di bonifica, sussistenze straordinarie, enti parastatali di assistenza vicini al regime erano solo alcuni dei mille rivoli in cui il denaro raccolto dai contributi versati da tutti i lavoratori veniva speso per scopi diversi da quelli istituzionali. La guerra fascista diede il colpo di grazia alle casse dell'istituto, che si trov a dover far fronte alle richieste di indennizzi e pensioni per gli invalidi e le vedove dei soldati al fronte, mentre i suoi uffici diventavano rifugio per chi cercava di imboscarsi e sfuggire alla chiamata alle armi.

Dopo il fascismo.
Con la caduta del regime venne immediatamente rimosso l'aggettivo "fascista"33 e rimase l'acronimo che conosciamo come INPS. Dopo la guerra le funzioni dell'ente vennero riviste e in parte razionalizzate. Il percorso di ampliamento della base previdenziale ebbe un assetto definitivo, quale lo conosciamo oggi nelle sue linee guida, solo nel 1969, grazie all'impegno del socialista Giacomo Brodolini. Fu su suo impulso che venne varata la grande riforma della previdenza di et repubblicana, attraverso la legge n. 153 del 1969,34 che pianific tra le altre cose l'istituzione della cosiddetta "pensione sociale", vale a dire il sostegno economico a chi ha compiuto i 65 anni indipendentemente dal versamento di contributi.
Accanto alla "bandiera" delle pensioni vi sono molti altri miti di cui si nutre il revisionismo nostalgico del duce. Ma anche per altri provvedimenti in difesa dei lavoratori che si attribuiscono al fascismo pare che in realt i meriti del regime non siano molti.

...e la tredicesima?
Il fascismo in effetti var alcuni decreti di politica sociale nei confronti di determinate categorie. Uno di questi tentativi di allargare la base di diritti dei lavoratori ha dato adito nel tempo a vere e proprie fake news, che possiamo spesso ritrovare circolanti sui social. Ad esempio una falsa notizia tipica del periodo natalizio  quella relativa alla tredicesima mensilit. Non sono pochi quelli che ancora sostengono che fu grazie al duce che tale provvedimento arriv a premiare milioni di italiani. Se per si va ad analizzare l'intervento normativo fascista si pu riscontrare che tale affermazione pi che iperbolica appare sbagliata.
Il fenomeno del premio in busta per i lavoratori dipendenti era pratica diffusa, anche se non normata, in molti paesi europei, in particolar modo in Francia e Germania. Per quanto riguarda il sistema italiano, per quasi tutto il fascismo questo tipo di bonus fu lasciato alla libera scelta dei datori di lavoro. La tredicesima mensilit, denominata "gratifica natalizia", fu inserita ufficialmente il 5 agosto 1937 dalla Camera delle Corporazioni fascista all'articolo 13 del contratto collettivo nazionale di lavoro degli impiegati dell'industria.35 Nessuna altra categoria venne inserita tra quelle meritevoli di un innalzamento del salario a fine anno. Non si trattava infatti di una norma di ampliamento dei diritti dei lavoratori nel loro complesso, ma di un provvedimento ad hoc per una categoria che era bacino di consenso del regime: i cosiddetti colletti bianchi, che formavano la piccola borghesia italiana e che sognavano la sicurezza di un posto fisso che li strappasse alla precariet; quelli, per intenderci, che cantavano "Se potessi avere mille lire al mese".36
Accanto a questo beneficio settoriale, il contratto collettivo del 1937 per irrigid per questa categoria la normativa sugli straordinari. All'articolo 8 dell'accordo si legge infatti: "Per il personale con mansioni discontinue l'orario massimo normale di servizio  di 10 ore giornaliere; tale orario potr eventualmente essere stabilito fino a 12 ore per particolari mansioni in quanto espressamente determinate nei contratti integrativi. Nessun impiegato potr rifiutarsi, entro i limiti consentiti dalla legge, di compiere il lavoro straordinario, il lavoro notturno e festivo, salvi giustificati motivi di impedimento".37 Dunque una imposizione di orari che legava i diritti dei lavoratori alle esigenze dell'industria, limitandone nei fatti la libert.
Per quanto riguarda la tredicesima mensilit, la gran massa dei lavoratori dell'industria, vale a dire gli operai semplici e specializzati, dovette attendere la fine della guerra:  il concordato interconfederale del 27 ottobre 1946, primo del settore della storia repubblicana, che stabilisce di estendere il beneficio della mensilit in pi a tutti i lavoratori del settore senza distinzione. Fu solo per nel 1960, nel pieno del boom economico dell'Italia repubblicana, che la disciplina del trattamento economico dei lavoratori dell'industria venne estesa a tutti, diventando un diritto dei lavoratori e non una concessione frutto di accordi sindacali, con il decreto del presidente della Repubblica n. 1070 del 1960.38

... e la Cassa Integrazione?
Per quanto riguarda invece la Cassa Integrazione Guadagni (CIG) - il sistema di sostegno al reddito dei lavoratori di aziende in difficolt - anche questo provvedimento viene a volte attribuito alla volont del duce di sostenere le aziende. Controllando la legislazione del lavoro, pare per che le prime forme di integrazioni salariali e di sostegno al reddito per i lavoratori di aziende in difficolt siano state inserite nel sistema solo dopo l'instaurazione della repubblica. La cassa integrazione venne a tutti gli effetti attivata solo in regime repubblicano, con un decreto del capo provvisorio dello Stato, il n. 869 del 1947.39
I provvedimenti che incisero veramente sulla vita dei lavoratori
Oltre a quello che erroneamente si dice il fascismo abbia fatto, potrebbe essere utile ricordare quello che il fascismo effettivamente fece nel campo dei diritti dei lavoratori. La legge 563 del 3 aprile 1926 pass poi alla storia come una delle cosiddette "leggi fascistissime", l'insieme cio di norme che mutarono la natura dello Stato italiano in senso decisamente totalitario. Portava il titolo di Disciplina giuridica dei rapporti collettivi del lavoro.40 In essa veniva stabilito che potessero essere ammesse alla rappresentanza sindacale delle categorie di lavoratori solo le associazioni riconosciute ufficialmente dallo Stato. Le uniche associazioni riconosciute ufficialmente erano per, gi allora, quelle fasciste. In questo modo si garant il pieno controllo del regime su ogni aspetto del mondo del lavoro.
Pi avanti, l'articolo 18 di questa stessa legge dichiarava lo sciopero e la serrata "vietati", e gli eventuali scioperanti punibili con multe e carcere. Da notare che mentre la proibizione dello sciopero era un chiaro attacco alla libert di azione dei rappresentanti sindacali, il divieto di serrata, cio di chiusura arbitraria delle fabbriche, poneva anche i datori di lavoro nella condizione di essere controllati nella loro attivit. Il primo passo verso quello che verr definito dalle teorie economiche fasciste "Stato corporativo".41 La produzione del paese andava messa sotto il controllo dello Stato e piegata ai suoi bisogni. Per consolidare questa presa e fare della concertazione nel mondo del lavoro uno dei pilastri del consenso, venne istituito quello stesso anno un apposito Ministero delle Corporazioni.42 Tale azione di accentramento e di appropriazione del controllo dei rapporti di lavoro and poi avanti con la costituzione della "Camera dei fasci e delle corporazioni",43 un organismo che sostitu la Camera dei Deputati. Le sue funzioni, teoricamente di carattere legislativo, dovevano rappresentare l'insieme della societ produttiva italiana, ma nei fatti, essendo composta da membri di tutte le principali organizzazioni fasciste, divenne solo un luogo di frizione tra le varie correnti del partito.44
L'azione del regime negli ambiti della previdenza e in generale nel mondo del lavoro ebbe sempre un chiaro intento politico. Specie nell'et tarda della dittatura, quando il consenso al regime si stava erodendo, Mussolini utilizz gli interventi nel sociale a fini di propaganda, in cui "il regime riprendeva i temi populistici"45 che erano stati alla base del suo programma degli inizi. Un tentativo di mantenere alto il consenso negli anni precedenti il conflitto. Gli interventi legislativi fascisti in campo previdenziale ebbero in conclusione due chiari filoni di scopo: in primo luogo consolidare la presa del partito su determinate fasce sociali, modificando la struttura di assistenza e previdenza in modo che fosse pi facilmente controllabile e limitando i diritti dei lavoratori. In seconda battuta, fare dell'enorme apparato amministrativo una macchina al servizio del fascismo, trasformandola in un bancomat di denaro pubblico e in un fornitore di posti di lavoro per le varie clientele. Un ente costruttore di consenso pi che di benessere e sicurezza per gli italiani.

Il duce bonificatore
Mussolini ha bonificato le paludi?
Questo apparente successo del fascismo  diventato con gli anni l'antonomasia delle "cose buone" fatte dal duce per il suo popolo. Ancor oggi, mentre tutte le altre presunte conquiste sono messe in discussione, quello della bonifica delle paludi  un caposaldo della narrativa della bont ed efficienza del regime. Un inquadramento pi preciso sul tema e un'analisi dei risultati raggiunti nel ventennio rischiano per di incrinare anche questo mito.
La situazione prima del 1922
Storicamente alcune parti d'Italia furono caratterizzate dalla presenza di regioni paludose, come il Delta del Po e le cosiddette Paludi pontine, nel Lazio. Luoghi malsani, inospitali, sottratti al possibile sfruttamento agricolo e anticamente rifugio di fuorilegge. In pi, in queste zone impervers fin dall'antichit la malaria, vera piaga endemica. La diffusione di questa malattia nelle regioni d'Italia fu cos ampia che essa divenne la malattia italiana per eccellenza, e il termine italiano "malaria"  il nome della malattia in molte lingue europee. Insicurezza, pericolo, malattia, resero nell'immaginario collettivo la palude un luogo rischioso, oscuro e malefico. La lotta contro questi luoghi inospitali in Italia fu lunga secoli: i primi tentativi di irreggimentazione delle acque e di bonifica dei suoli paludosi del Lazio si attestano, ad esempio, gi in et romana. Una sistematica opera di bonifica venne lanciata anche nel Quattrocento dal papato, ma con risultati non definitivi. Anche il Regno d'Italia avvi programmi per sanificare le aree paludose di Roma e del Settentrione.46 La prima legge organica per la bonifica delle paludi si ebbe gi nel 1878.47 Nel 1905 fu varata la norma che poi fu alla base di tutta la legislazione speciale per le zone malariche48 nel corso del Novecento. Il tema della riconquista di queste terre all'insediamento umano divenne uno dei metri di paragone dell'efficienza (o inefficienza) della classe politica italiana.
Ma fu davvero Mussolini a portare a termine questa sfida epocale? Bisogna ammettere che la questione delle paludi fu da subito una straordinaria vetrina di propaganda. Si trattava del tema perfetto da sfruttare per la narrativa di regime: il fascismo, ripercorrendo le orme degli antichi romani, avrebbe riconquistato alla vita il suolo malarico, rendendolo fertile, produttivo e accogliente. Il confronto con l'inettitudine dei governi precedenti sarebbe stato impietoso. In realt, scorrendo la legislazione del periodo, si vede come il tema, almeno dal punto di vista normativo, era gi al centro degli sforzi pubblici prima dell'arrivo di Mussolini al governo: nel solo 1922, prima della marcia su Roma, furono ben venti i regi decreti che si occuparono di allargare le zone di intervento statale su terreni paludosi attraverso la costituzione di consorzi di bonifica sovvenzionati dallo Stato. Le condizioni di guerra avevano portato a una recrudescenza dei casi di malaria e alla perdita di intere zone gi bonificate del Veneto e del Friuli, cos che quella delle paludi apparve come una vera e propria emergenza sanitaria nazionale del primo dopoguerra. Secondo gli studi della commissione preposta al coordinamento delle azioni di bonifica, negli anni venti in Italia erano 8 milioni gli ettari di terra bonificabili con vantaggi per la salute dei cittadini.

Gli interventi fascisti.
Il fascismo, una volta alla guida del paese, colse la sfida attraverso una serie di leggi e indirizzi precisi: il 30 dicembre 1923 venne varato il testo unico sulle bonifiche,49 che razionalizzava e riuniva in una sola normativa tutti gli interventi legislativi precedenti. Come in altri casi, anche qui Mussolini non invent nuove vie di approccio ai problemi, ma riusc nell'operazione di riunificare le molte iniziative gi in essere per poi prendersi il merito della loro attuazione. Il testo unico prevedeva la suddivisione in zone di bonifica primaria e secondaria, applicando sulle prime un regime di legge di carattere emergenziale che favoriva l'intervento diretto dello Stato e la concessione di prestiti e sovvenzioni. Tale approccio non sort per particolari effetti nell'immediato. Vi furono anzi vibranti proteste, specie al sud, da parte dei grandi latifondisti che possedevano le terre malariche: il sistema di espropri, anche se generoso nei risarcimenti, metteva a rischio il controllo sui loro feudi e rischiava di riempire il territorio di piccoli proprietari indipendenti. L'opposizione del grande latifondo alle prime opere fasciste port alla sospensione dei provvedimenti pi ambiziosi e alle conseguenti dimissioni dal governo dell'economista Arrigo Serpieri, che aveva redatto le norme sugli espropri. Si pu dire quindi che in quella che la propaganda fascista aveva pomposamente definito "guerra alle acque",50 la linea di rigido intervento statale, personificata da Serpieri, aveva perso la sua prima battaglia. Il fascismo si scontr con le resistenze secolari che si opponevano alla bonifica del territorio, e fin da subito parve non avere maggior fortuna rispetto ai governi liberali che lo avevano preceduto.
Il principio del testo unico del 30 dicembre 1923 prevedeva che accanto all'iniziativa diretta dello Stato, con la costituzione e il sovvenzionamento di consorzi pubblici di bonifica, una grossa fetta di lavoro venisse svolta dall'iniziativa privata. L'idea era che se lo Stato fosse riuscito a rendere economicamente vantaggioso per i privati il lavoro di bonifica, sarebbe stata la stessa iniziativa privata ad accollarsi la maggior parte del lavoro di conquista del territorio e di manutenzione delle opere finite. Per questo una gran parte degli investimenti pubblici and a sovvenzionare prestiti agevolati, contributi a fondo perduto e cessioni di terre demaniali per chi si fosse messo a bonificare. Purtroppo per il regime il comparto agricolo italiano, duramente provato dalla guerra e dalle agitazioni contadine dei primi anni venti, che avevano sottratto braccia all'agricoltura, non riusc a riprendersi e anzi and ulteriormente in crisi con l'arrivo sul mercato dei prodotti agricoli provenienti da oltreoceano, decisamente pi competitivi. Non solo non vi erano risorse e uomini per conquistare nuovi terreni produttivi, ma cominciava a calare anche la redditivit di quelli gi messi a coltura. I privati non avrebbero sostenuto il fascismo nella sua campagna di propaganda.
Dato che, nonostante gli impegni presi con l'opinione pubblica, le opere di miglioria e bonifica non stavano dando i risultati sperati, il fascismo tent di dare un nuovo impulso ai lavori con il varo, nel 1926, del provvedimento che investiva l'Opera Nazionale Combattenti (ONC) del compito di occuparsi attivamente del miglioramento agricolo delle aree depresse.51 Un'ottima mossa da parte di Mussolini, in verit: la ONC era la potentissima associazione che si occupava del sostegno agli ex combattenti della prima guerra mondiale e alle loro famiglie. In pratica, un enorme ufficio di collocamento in cui gli ex militari che non ci erano ancora riusciti cercavano una sistemazione. Un bacino di consenso vasto e bisognoso di continue elargizioni, per il fascismo. Affidare loro i compiti di bonifica significava a un tempo garantire un lavoro socialmente utile ai reduci e trovare nuove braccia da impiegare nella guerra alle acque. A scanso di equivoci sui nuovi compiti affidati alla ONC, nell'articolo 2 del decreto di affidamento si specific in chiaro che "L'Opera pu ottenere che il contributo governativo previsto dal R. decreto 30 dicembre 1923, n. 3139, le sia direttamente corrisposto sulla base dell'importo delle somme mutuate per opere di miglioramento fondiario-agrario".52 Un mandato a operare in favore delle bonifiche e per il mantenimento delle promesse fasciste, avendone tutti i vantaggi economici conseguenti. Era entrata in crisi la prima idea avuta dal fascismo, quella che il sistema delle bonifiche potesse reggersi su un intervento pubblico limitato nell'impegno economico e nel tempo. Si pass quindi dall'approccio di collaborazione Stato-privati a un deciso intervento pubblico, fatto soprattutto di sovvenzioni a una struttura elefantiaca e con un peso politico e di opinione non trascurabile. Un salto dal liberalismo all'assistenzialismo di enti amici. Nemmeno l'impiego di legioni di ex combattenti per smosse la situazione. La quantit di terre strappate all'acqua rimase marginale rispetto all'enormit della sfida raccolta dal regime. Per questo motivo si decise di correre ai ripari varando, a cinque anni dai primi provvedimenti, una nuova serie atti normativi.
La vigilia di Natale del 1928 il governo var la legge sulla bonifica integrale,53 a cui il duce stesso volle dare il proprio nome, per far intendere quale fosse l'investimento di immagine che si voleva fare nel provvedimento. Fu cos che la "legge Mussolini" sulle opere di bonifica rilanci a livello propagandistico il tema del risanamento delle plaghe malariche. Venne creato un sottosegretariato ad hoc in seno al Ministero dell'Agricoltura, e il duce defin quello contro le paludi "uno sforzo, che pu inorgoglire un popolo e creare un titolo imperituro di gloria per il regime fascista".54 La legge non apport agli effetti grandi innovazioni: era costituita in sostanza da un grande elenco di impegni di spesa protratti nel tempo; scorrendola si incontrano promesse onerose per le finanze pubbliche: si parte con le attribuzioni a bilancio per l'esercizio 1930-31, il primo su cui avrebbe avuto effetto la legge, che destinava 13,5 milioni di lire per le opere di irrigazione e bonifica. Di anno in anno si saliva negli stanziamenti previsti fino alla cifra sbalorditiva di 257 milioni di lire per il bilancio statale 1943-44. Soldi che la legge Mussolini dichiarava di voler mantenere a disposizione dell'opera di bonifica annualmente almeno fino all'esercizio 1959-60.55
Il tentativo era quello di garantire il sostegno dello Stato nel tempo a chiunque avesse bonificato, promettendo fiumi di denaro in futuro a chi avesse collaborato all'opera. Interessante notare per la sproporzione tra i soldi messi subito a disposizione dal provvedimento e quelli promessi per il futuro. Questa differenza tradisce il carattere propagandistico della legge: se l'intenzione fosse stata quella dichiarata, cio dare una svolta al piano di bonifica, sarebbe stato pi logico pensare a uno stanziamento corposo fin da subito, in modo da fare smuovere dalla stasi in cui erano impantanati ( proprio il caso di dirlo) i lavori promessi fin dal 1923. Invece, complici le difficolt di bilancio e la crisi dell'agricoltura, la legge prefer scaricare su bilanci futuri, molto lontani nel tempo, gli stanziamenti necessari. La propaganda di governo, anzich ridimensionare gli obiettivi di fronte alle difficolt di attuare quanto promesso, rilanci con numeri roboanti: oltre al quarto di miliardo di lire promesso annualmente per il futuro, si dichiar la volont di bonificare e consegnare allo sfruttamento agricolo tutti gli 8 milioni di ettari di terreno ancora considerati malsani. Una cifra esorbitante, se si pensa che all'epoca l'intera superficie agricola in Italia era pari a poco pi di 27 milioni di ettari,56 di cui 5 milioni e mezzo erano boschivi. Il fascismo in pratica promise di aumentare di un terzo la superficie agricola utile del paese. In una situazione gi poco realistica a quell'epoca, il crollo economico mondiale del 1929 rese gli impegni di bilancio del tutto irrealistici e le cifre del possibile risanamento totalmente fuori scala. A causa della mancanza di denaro dei molti cantieri di bonifica promessi o inaugurati, pochissimi sarebbero stati portati a termine; come afferma lo storico dell'economia Rolf Petri, "molti consorzi di bonifica avevano infatti annunciato l'avvio delle opere, che tuttavia spesso era solo formale".57 Si dava inizio a opere senza un budget garantito, sperando che il governo riuscisse in futuro a reperire il denaro necessario.
Il flusso di denaro che il regime convogliava nella lotta alle paludi fin per lo pi in grandi opere di idraulica, gestite come detto dall'ONC. Per anni vennero portati avanti lavori di bonifica con investimenti pubblici che da un lato costituivano una consistente voce di spesa, ma dall'altra non risultavano sufficienti a far fronte ai progetti annunciati. Ormai per l'impegno contratto e le ricadute di immagine erano tali da non permettere arretramenti. La bonifica, se non poteva essere fatta bene, andava ben raccontata. Per questo la seconda fase della "guerra alle acque", inaugurata con la legge del 1928, fu caratterizzata da una vera e propria strumentalizzazione dell'impegno a conquistare la terra. Terra che andava resa non solo produttiva, ma accogliente. Oltre a prosciugare e rendere salubri le pianure malariche ci si impegn a rendere queste terre abitate, in modo da avere un presidio permanente di lotta alle paludi. Si tratt anche in questo caso di una grande operazione pubblicitaria, in cui in maniera molto efficace si riusc ad accostare il mito della riconquista della terra con quello della colonizzazione di romana memoria: come duemila anni prima, dei prodi coloni italici avrebbero sfidato le avversit per guadagnare alla civilt nuove terre.58 Si assist alla costruzione ex novo di intere citt, destinate a ospitare i coloni deportati dal resto d'Italia per far crescere il simbolo della nuova agricoltura italiana.
In una nazione in cui per moltissimi l'unica via di sopravvivenza era l'emigrazione, dimostrare di essere riusciti a creare nuova terra da lavorare sembrava un grande traguardo. Vennero spostati nei nuovi distretti i contadini appartenenti agli strati pi bassi della societ agricola. Per quanto riguarda l'Agro pontino, i coloni arrivarono per lo pi dalle terre venete, emiliane e friulane. Il duce, dapprima scettico su questa scelta di urbanizzare le nuove terre, cambi presto idea quando comprese la valenza simbolica della fondazione di nuove citt sorte grazie alla volont fascista. Proprio come gli antichi romani duemila anni prima, Mussolini si trov cos a poter dire di aver fondato delle nuove citt. La pi grande di queste, inaugurata il 18 dicembre 1932, ovviamente dal dittatore, fu battezzata, in onore della potenza fascista, col nome del simbolo del partito: Littoria.
Nacque proprio in questo periodo il grande mito fascista della redenzione della terra. Appare fortissimo il paragone tra la capacit di rendere fisicamente salubre e abitabile l'antica terra italica e la capacit di rendere salubre e nuovamente attivo il governo del paese, ripulendo la vita politica e colonizzandola con nuove forze. Un mito davvero ben costruito, visto che tra tutte le bufale che girano sul fascismo, quella della bonifica delle paludi  tra le pi resistenti e meno messe in dubbio.
A dieci anni esatti dai primi provvedimenti che diedero inizio alla "guerra alle acque" il fascismo, forte di simboli imponenti come le nuove citt pontine, dichiar la propria vittoria. Lo fece attraverso una nuova legge, destinata a costituire l'apparato normativo che avrebbe agevolato la gestione delle nuove terre e dei consorzi di bonifica e fissato gli obblighi dei proprietari dei nuovi fondi coltivabili. La 215 del 193359 era la legge che volle sancire una nuova fase: da un lato si cerc di normalizzare la gestione, uscendo dalla fase pionieristica dei primi tempi, dall'altro di correggere le storture che il modello di sviluppo delle nuove terre stava mostrando.
Dei 121 articoli una buona parte era dedicata a sancire quali fossero gli obblighi dei proprietari, come la manutenzione dei canali, indispensabile per mantenere la salubrit, o il divieto di accumulare troppi terreni bonificati, o di subaffittare le propriet a scopo di lucro. Vi era per anche una parte che prolungava i benefici previsti per i coloni, come l'esenzione quinquennale dall'imposta fondiaria. In pi fu inserita una parte che doveva normare ulteriormente compiti, obblighi e soprattutto agevolazioni fiscali e finanziarie dei consorzi di bonifica locali. Una serie di articoli che disegna un quadro in cui le inadempienze rispetto alle normative del 1923 e del 1928 dovevano essere palesi. In pi, si pu intuire che quella dei coloni fosse un'esistenza tutt'altro che facile, visto che oltre alle agevolazioni garantite si era stati costretti a prendere provvedimenti per scoraggiare l'abbandono della terra.
Il primo sistema di gestione previsto dal fascismo, quello di sostegno pubblico all'iniziativa privata contenuto nelle linee guida del 1923, era fallito. Il secondo sistema, adottato nel 1928, con un pi massiccio intervento statale e la cooptazione nell'affare dell'Opera Nazionale Combattenti, sembr dimostrare quello che si era gi capito a met anni venti: anche se l'onere di bonifica primaria pesava sulle casse dei contribuenti, coltivare la terra strappata all'acqua non era economicamente conveniente per i privati. La soluzione proposta dalla legge del 1933 era quindi l'unica possibile per non perdere la faccia: costringere i coloni a rimanere attaccati alla terra e prolungare mutui agevolati e sgravi fiscali nella speranza che la situazione migliorasse.
Ma al di l delle difficolt di ordine pratico, quale fu il vero impatto delle bonifiche rispetto alle aspettative create dal regime? Una breve scorsa ai dati sembra limitare parecchio i toni trionfalistici dell'epoca. Il fascismo aveva preso di petto la sfida degli 8 milioni di ettari di nuova terra da recuperare alla civilt. Dopo dieci anni di lavori e denaro pubblico il governo dichiar di aver raggiunto l'obiettivo che si era prefissato, proclamando redenti all'aratro 4 milioni di ettari di terreno. La met di quanto dichiarato come obiettivo all'inizio della "guerra". Un risultato comunque di tutto rispetto, se si pensa all'estensione della superficie interessata. Il problema  che, scendendo nei particolari, si evince che nel conto dei 4 milioni erano effettivamente completi o a buon punto solo i lavori su poco pi di 2 milioni di ettari. Di questi 2 milioni poi, un milione e mezzo erano bonifiche concluse dai governi precedenti il 1922.60 Quindi, dato che, sui 4 sbandierati, due milioni di ettari non erano altro che lavori in corso d'opera, o immaginati, e un altro milione e mezzo era frutto di bonifiche prefasciste, si pu concludere che l'obiettivo di 8 milioni di ettari di terra da redimere fu mancato di ben 7 milioni e mezzo. In pratica era stato portato a termine poco pi del 6% del lavoro preventivato.
Renzo De Felice, uno dei maggiori storici italiani a essersi occupato di fascismo, a proposito dell'impegno del governo sul tema delle bonifiche chiar come "nel complesso, i risultati della bonifica integrale furono inferiori non solo a quanto previsto dall'originario piano di Serpieri (che, non a caso, nel gennaio '35, dopo aver tentato invano di rilanciarlo, lasci il sottosegretariato alla bonifica integrale), ma anche alle aspettative suscitate nel paese dal battage propagandistico messo in atto e finirono per non corrispondere all'entit dello sforzo economico sostenuto".61
Il fallimento maggiore del programma di bonifica si trov nell'incapacit del regime di coinvolgere i privati nella gestione della manutenzione ordinaria dei sistemi di bonifica. Il delicato sistema di deflusso delle acque richiedeva un impegno quotidiano di pulizia e cura, che i coloni non potevano sostenere se non con una grande quantit di lavoro che sarebbe stato distolto dalla coltivazione dei campi. Cos com'era stato pensato dal fascismo, il sistema di bonifica non era economicamente n socialmente sostenibile. La soluzione del regime era sbagliata nei propri presupposti, inefficace nei correttivi e per di pi rimase incompiuta. Quello delle paludi fu un problema che non venne risolto da Mussolini.

La malaria.
Bench il regime ne avesse fatto una questione squisitamente agraria, ponendo l'accento sulle funzioni agricole dell'operazione di bonifica, rimaneva aperto un altro grande fronte legato alle paludi: quello della lotta alla malaria. Su questo aspetto appare pi complesso comprendere quanto la lotta sia stata efficace. Seguendo gli annuari di statistica conservati dall'ISTAT si pu ricostruire con una certa precisione l'andamento della diffusione della malaria in Italia fin dai primi anni del ventesimo secolo.62 Questa era infatti una delle malattie infettive di cui era obbligatoria la denuncia alle autorit di sanit pubblica. I dati sono piuttosto vari: alla prima rilevazione disponibile, quella relativa al 1902, i casi di malaria denunciati furono 177946. Nel periodo tra il 1902 e l'avvento del fascismo vi furono variazioni che andarono da un massimo di 323312 infettati nel 1905 al minimo di 129482 casi del 1914. La Grande guerra segn una recrudescenza della malattia e nel 1922, alla vigilia della "dichiarazione di guerra" fascista alle paludi, i malati denunciati erano 234656. Calarono a 188000 nel 1923, ma aumentarono l'anno successivo a oltre 250000. L'andamento della malattia ovviamente subiva variazioni annuali per i fattori pi vari, ma si deve registrare che per i primi dieci anni di gestione fascista gli infettati scesero sotto le duecentomila unit solo nel 1927 (192738). Calarono finalmente a 175000 infettati nel 1933, ma l'anno dopo riesplosero a 222171. Fu solo dopo il 1935 che il numero degli infettati imbocc una decisa discesa: nel 1939 si era a soli 55000 malati.
Una parte del merito di questo calo  da attribuire sicuramente alla diminuzione delle regioni malariche, ma a un'analisi dei dati pare che la mortalit non abbia seguito la curva che ci si sarebbe aspettati seguendo l'evoluzione dichiarata delle bonifiche. Gli oltre 4000 morti del 1922 calarono attorno a quota 2500 nel 1927, ma risalirono a oltre 3000 nel 1931 e nel 1932. Una tale disarmonia si spiega prendendo in esame, oltre agli ettari di bonifica realizzati (o dichiarati), le misure di profilassi antimalarica a cui veniva sottoposta la popolazione. In Italia il settore dei monopoli si curava, tra le altre cose, delle pubbliche distribuzioni di chinino, il farmaco utilizzato all'epoca per combattere la malattia. Se si vanno a leggere i dati relativi alle sovvenzioni statali per le pubbliche distribuzioni di chinino presenti negli annuari statistici,63 si nota che le cifre stanziate dal governo fascista per la profilassi furono sempre elevate, attorno ai 15 milioni di lire all'anno, e aumentarono negli anni trenta di pari passo col calo della malattia. La malaria quindi retrocedette nelle aree endemiche pi grazie a una profilassi diffusa che per le azioni di bonifica. Anzi,  possibile che il picco di infettivit e mortalit del 1931 e 1932 debba essere attribuito direttamente al fatto che, a causa degli imponenti lavori di sterro necessari alle sistemazioni dei corsi d'acqua, molte pi persone furono esposte, senza adeguata profilassi, al contagio.
Quando durante la guerra di liberazione il fronte travolse le aree bonificate, bloccando i lavori di manutenzione, ai tedeschi bast bloccare alcuni canali di deflusso per provocare una catastrofe ambientale, cancellando il lavoro di decenni e riportando la malaria a livelli endemici. Nel 1944 furono 144000 i casi di infetti registrati.
Solo nel dopoguerra altri imponenti lavori di bonifica, portati avanti soprattutto grazie ai fondi del piano Marshall - il sistema di aiuti messo in piedi dagli Stati Uniti per risollevare l'economia europea nel secondo dopoguerra - e della Cassa del Mezzogiorno, riuscirono a restringere notevolmente e stabilmente la superficie paludosa italiana. Per la malaria, oltre alla profilassi, il merito va dato all'uso massiccio del DDT, importato dagli americani. Dopo la guerra occorsero comunque altri venticinque anni di sforzi internazionali per mantenere la promessa contenuta nelle dichiarazioni mussoliniane del 1923. La malaria venne dichiarata sradicata in Italia dall'Organizzazione Mondiale della Sanit solo nel 1970.64.

Il duce costruttore.
Mussolini ha dato una casa a tutti gli italiani?
Quello italiano  un popolo di proprietari di case.65 Voce di spesa maggiore nella vita di molti, l'abitazione  considerata uno dei punti fondamentali per la realizzazione del proprio progetto di vita. La stessa Costituzione repubblicana, all'articolo 47, sancisce come un compito fondamentale dello Stato quello di agevolare anche economicamente il possesso di un'abitazione per i propri cittadini.66 Per questo motivo il fatto di accostare il diritto alla casa con il fascismo  una delle operazioni di propaganda postuma pi efficace e d'impatto per riabilitare la dittatura. Dove argomenti come il rapporto del regime con la legalit o con i diritti umani possono essere fonte di contestazione o di relativizzazione, attribuire al duce il merito di aver "dato una casa agli italiani"  un espediente di immagine di sicuro effetto. Basato per su presupposti non realistici.
Il problema della casa nell'Italia liberale.
La Penisola conobbe, a partire dalla seconda met dell'Ottocento, un boom demografico senza precedenti: il Regno d'Italia, dalla sua nascita fino al 1946, pass dai poco pi di 22 milioni di abitanti ai 46 milioni alla fine della seconda guerra mondiale.67 Una rivoluzione sociale che ebbe un grande impatto urbanistico: nonostante la forte emigrazione, tutte le grandi citt italiane registrarono un aumento vertiginoso dei propri abitanti. Il loro tessuto urbano, spesso ancora di impianto medievale, non riusc a sostenere questo movimento. Il problema della casa fu quindi al centro del dibattito pubblico postunitario e la gestione delle risposte alla domanda di alloggi fu presa materialmente in carico dalle amministrazioni locali.
Il primo intervento per sostenere il diritto alla casa per tutti i cittadini da parte del governo centrale avvenne nel 1903 con la legge sulle case popolari.68 Il provvedimento, portato avanti soprattutto dalla volont del deputato della destra storica Luigi Luzzatti, costitu la base per l'impegno statale in quest'ambito: venivano per la prima volta previste "societ cooperative legalmente costituite le quali: 1. abbiano per oggetto esclusivo la costruzione, l'acquisto e la vendita ai soci o la locazione ai soci di case popolari";69 inoltre venivano stabiliti criteri di finanziamento agevolato per questo tipo di enti, che divennero in breve tempo il centro della rivoluzione abitativa italiana. Nel 1906, con la concessione ai primi istituti case popolari della qualifica di "enti morali",70 che stabiliva tra le altre cose criteri di tassazione agevolata, veniva sancito lo status di pubblica utilit di tali imprese, facendo rientrare il problema della casa in quelli di diretto impegno pubblico.
Gi prima della Legge 254/1903 esistevano alcuni tentativi localizzati di far fronte al problema casa. La legge del 1903 si inser in un percorso di istituzionalizzazione di esperienze virtuose e come stimolo a farne nascere di nuove. Luzzatti ebbe la felice intuizione di accompagnare sistemi di gestione delocalizzata del problema con una normativa unificante, ma non accentratrice, a livello nazionale. Un sistema diffuso di cooperative locali che gestivano in autonomia i bisogni dei singoli comuni, accedendo a canali di credito preferenziali e legate a una concezione non speculativa dell'edilizia popolare.71 Si pu quindi dire che, se qualcuno merita il titolo di "padre dell'edilizia popolare" in Italia, questo fu il liberale Luigi Luzzatti.
I nuovi istituti sorsero l dove maggiormente pesava il problema degli alloggi: a Roma, citt in pieno boom demografico dai tempi dell'unificazione, interi quartieri, come quello della Garbatella, sorsero gi nei primi decenni del ventesimo secolo. Gran parte dei grandi progetti di sviluppo urbano delle principali citt italiane vennero avviati prima dell'avvento del fascismo: nel 1907 viene fondato l'Istituto case popolari di Torino,72 l'anno successivo fu la volta di Napoli73 e Milano.74 In quello stesso anno venne approvato il regolamento generale sulle case popolari75 con le linee guida per la gestione dei rapporti legali ed economici legati alla costruzione delle nuove abitazioni.

Gli interventi fascisti.
Il fenomeno dell'edilizia abitativa popolare era quindi gi avviato e normato prima dell'avvento del fascismo. La politica fascista nei confronti del problema della casa non ebbe bisogno di essere innovativa: ci si occup di stimolare le iniziative dei singoli comuni, avviando progetti di ampliamento delle disponibilit in varie citt, soprattutto sostenendo gli istituti gi esistenti. Le politiche abitative rimasero per sostanzialmente un'iniziativa locale.
Qualcosa cambi con la legge del 1935, che stabil la provincializzazione del sistema di gestione dell'edilizia popolare e la costituzione di un consorzio nazionale.76 La nuova legge nei fatti cambi nome agli enti autonomi locali gi in piedi da decenni, centralizzandone la struttura di controllo. Gli istituti case popolari dei grandi comuni vennero provincializzati e la nomina dei loro presidenti stabilita attraverso un decreto reale; i nomi venivano suggeriti dal Ministero dei Lavori pubblici. Al contempo la costituzione del consorzio nazionale che riuniva questi nuovi istituti, e che ovviamente era diretta espressione del regime, port a compimento la conquista fascista dell'edilizia popolare. Questa verticalizzazione non port con s nuovi investimenti diretti nel settore, ma solo un'ulteriore sovrastruttura di comando di un fenomeno che aveva avuto fino a quel momento soprattutto impatto locale. Nessuna nuova voce di investimento  citata nella legge, che in effetti appare come il riordino di un sistema gi consolidato. Tra il 1935 e il 1939 il nuovo consorzio ultim appena 13700 alloggi, in gran parte iniziati prima della costituzione dell'ente, dando casa a 75000 persone. Nel 1940 il Ministero delle Corporazioni calcol per che il fabbisogno di nuove case in Italia all'epoca era di almeno seicentomila vani l'anno.77 Come in altri campi della cosa pubblica, anche nell'edilizia popolare il fascismo si limit a porre sotto il proprio controllo e ribattezzare strutture amministrative nate nell'Italia liberale.
Dal punto di vista urbanistico, il fascismo fu molto pi interessato a progetti che avessero un impatto di propaganda sulla popolazione: le costruzioni pubbliche si concentrarono su funzioni soprattutto simboliche e cerimoniali. Il regime ebbe un proprio stile architettonico e una propria concezione dello spazio urbano, che svilupp attraverso piani di ammodernamento e monumentalizzazione. Simbolo di questo lavoro di costruzione dello spazio fascista fu l'immensa opera di risistemazione di interi quartieri di Roma.78 Interventi a volte radicali e discussi, come lo sventramento del quartiere di Borgo,79 ma che si occuparono pi degli aspetti di visibilit del regime che dei bisogni della popolazione. La situazione abitativa italiana rimase emergenziale anche negli anni pi tardi del fascismo, quando i fondi statali riservati all'edilizia andavano a cantieri come quello per il nuovo quartiere di Roma destinato ad accogliere l'esposizione universale del 1942, l'EUR. Era questa una costosa vetrina dei fasti mussoliniani, che tra l'altro fu completata solo negli anni cinquanta. Come sintetizza lo storico Guido Melis, "il quartiere dell'EUR, sorto in previsione del ventennale del regime, rappresent l'apogeo di questa meditata edificazione di uno scenario".80 Non un luogo di vita pubblica, ma una quinta teatrale in cui esibire il regime e la sua narrativa.
In questa ottica di uso politico dell'urbanistica vanno anche inseriti i progetti per la costruzione di nuove citt nelle zone che si tentava di bonificare. Anche in questo caso la costruzione di nuovi alloggi fu direttamente funzionale alle politiche di consenso, senza impatti significativi sulle reali esigenze abitative. Gi all'epoca furono molte le critiche alla malagestione fascista del problema della casa. Rimase famosa l'accusa di Giuseppe Pagano, architetto razionalista tra i maggiori della sua epoca e in un primo tempo vicino al regime, che accus il fascismo di impiegare denaro solo "per la costruzione di boriose montagne di marmo".81
Questi progetti, molto dispendiosi per le casse dello Stato, non riuscirono a far fronte alla richiesta di casa di milioni di italiani, che per tutto il ventennio fascista vissero in condizioni precarie o emigrarono. All'epoca un giovane professore di economia, Amintore Fanfani, scrisse a tal proposito un testo sulla povert e le sue cause in Italia, denunciando, nel 1942, le vergognose condizioni di vita in molte parti del paese. Povert testimoniata anche dal terribile stato di sporcizia e sovraffollamento in cui molti erano costretti a vivere.82 La carenza di alloggi rimase cronica fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, e mentre i progetti del duce si interrompevano a causa delle ostilit, i bombardamenti alleati contribuirono a privare di una casa anche quelli che gi ce l'avevano. A fine guerra venne calcolato che a causa del conflitto in Italia erano andati distrutti due milioni di vani abitativi, e danneggiato gravemente un altro milione.83
L'emergenza abitativa, aggravata dalle conseguenze della politica di aggressione di Mussolini, fu nuovamente affrontata alla fine del secondo conflitto mondiale. Con il progressivo riassetto della macchina statale fu chiaro che uno dei primi problemi da affrontare era la disperata situazione degli alloggi. Nel 1949 una serie di interventi, racchiusi nella Legge 43,84 port finalmente un piano nazionale di edilizia organico e coordinato. La norma stabil la costituzione di un apposito istituto in seno all'Istituto Nazionale delle Assicurazioni: il suo compito era quello di gestire il piano di investimenti, previsto all'epoca come settennale e poi prorogato fino al 1963, attraverso cui dare risposte sia alla domanda di alloggi a basso costo che a quella di lavoro nel campo dell'edilizia. Nacque cos l'I.N.A. - Casa, un piano organico di investimenti pubblici da suddividere su tutto il territorio italiano, che aveva come obiettivi la creazione di posti di lavoro nel settore edile e la costruzione di alloggi popolari per risolvere il problema abitativo. Durante il suo esercizio, durato dal 1950 al 1962, il piano vide l'apertura di ventimila cantieri per la costruzione di case di abitazione e la sistemazione di 350000 famiglie in alloggi decorosi. L'operazione garant lavoro a 40000 persone l'anno.85 Il promotore di tale intervento fu proprio Amintore Fanfani, divenuto dopo la guerra politico di spicco della DC, che mise in pratica la lezione raccolta analizzando lo stato di abbandono in cui versava la condizione abitativa in Italia sotto il fascismo. Le strutture erette in quel periodo sono ancor oggi ricordate come "case Fanfani". Conclusa l'esperienza emergenziale degli anni del boom economico, la gestione della costruzione delle case popolari pass di nuovo progressivamente all'ambito locale.

Mussolini e le emergenze.
Se nelle costruzioni Mussolini e il fascismo si dimostrarono nei fatti deficitari, non andarono meglio nelle ricostruzioni.
Ciclicamente, in concomitanza con le polemiche attorno agli interventi pubblici in seguito ai terremoti che hanno flagellato il paese negli ultimi anni, sui social compaiono immagini e messaggi che mettono a confronto la reazione dei governi di oggi con quella che avrebbe avuto Mussolini. Il paragone revisionista ovviamente appare impietoso: la tesi  che di fronte alle catastrofi le capacit organizzative e soprattutto i risultati raggiunti all'epoca del regime siano incomparabilmente maggiori rispetto a quelli di qualsiasi governo repubblicano. Anche il fascismo ebbe infatti l'occasione di confrontarsi con una catastrofe naturale di terribile impatto per la popolazione. Il 23 luglio 1930 i territori dell'Irpinia e del Vulture, in Campania e Basilicata, vennero colpiti da un terremoto. La violenza del sisma unita alla scarsa qualit delle abitazioni della zona portarono il bilancio a 1404 vittime.
La storia del terremoto e delle reazioni del governo  ricostruita dalle serie storiche dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia,86 che raccolgono non solo i dati geofisici del sisma, ma anche le comunicazioni istituzionali relative all'emergenza e poi alla ricostruzione. Il primo intervento legislativo dopo l'evento fu il regio decreto del 3 agosto 1930.87 In esso fu accolto l'approccio sistematico all'emergenza pensato dal governo: la sospensione della riscossione delle tasse locali sulla casa, una moratoria su quelle fondiarie e un contributo del 40% sulla ricostruzione (art. 1-10); in pi, uno stanziamento di 100 milioni di lire per l'emergenza (art. 11), l'affidamento dei lavori di coordinamento della ricostruzione al genio civile (art. 12-17) e l'apertura di un credito agevolato nei confronti dei sinistrati (art. 18). A questi seguiva una serie di articoli dedicati al ruolo dei vari ministeri nell'emergenza.
Tale decreto fu da subito considerato dai prefetti insufficiente a far fronte a una tale emergenza; a detta degli esperti, infatti, "questo terremoto, per distruttivit e ampiezza dell'area colpita, si delinea come uno dei pi grandi eventi sismici del Novecento".88 Mussolini fu da subito contrario, per motivi di propaganda, alla costruzione di baracche in cui sistemare i senzatetto, "adducendo la ragione che, bench rispondenti ai bisogni immediati, avrebbero lasciato irrisolto il problema edilizio al quale il governo intendeva invece dare una soluzione definitiva con nuove spese".89 Fu pensato di far fronte a questa emergenza con la costruzione di migliaia di nuove casette prefabbricate, che sarebbero state una soluzione pi stabile e decorosa per i terremotati. L'approccio del governo fu guidato da due necessit: da un lato quella di cercare di far quadrare la finanza pubblica - si era a un anno dallo scoppio della crisi del 1929 - e dall'altro dimostrare le tanto decantate capacit organizzative del regime. Nell'immaginario dell'opinione pubblica era ancora ben fissata l'inadeguatezza della risposta pubblica al primo grande terremoto del secolo, quello di Messina del 1908. Niente baracche quindi, anche se questa scelta costrinse per mesi le popolazioni colpite nelle tende, ma un approccio pi definitivo al problema degli alloggi.
La costruzione delle nuove casette per fu un fallimento organizzativo per via dei costi e delle difficolt dei trasporti degli elementi prefabbricati, e ai primi freddi invernali, su pressione dei prefetti, Mussolini fu costretto ad approvare la costruzione di mille baracche di legno. Con le 961 baracche che si riusc a costruire in quel frangente si arriv a un totale di 3746 alloggi. Il costo fu esorbitante, 68 milioni di lire, cio quasi il 70% di tutti i fondi stanziati dal decreto per l'emergenza. I fondi erano insufficienti, le lungaggini burocratiche imbarazzanti: il Banco di Napoli, incaricato di elargire mutui per la ricostruzione a tassi agevolati e per questo sostenuto dallo Stato, a un anno dal terremoto non aveva espletato che pochissime pratiche di mutuo. Ai cento milioni di stanziamento dell'agosto 1930 si aggiunsero 35 milioni di lire nel 1931,90 a cui si dovevano sommare le garanzie di copertura dei mutui agevolati concessi con fatica dal Banco di Napoli. L'impegno finanziario ammont, in totale, a circa 160 milioni di lire. Fu lo stesso Ministero dei Lavori pubblici fascista a definire nei resoconti per Mussolini questa cifra drammaticamente insufficiente. In totale si registr la costruzione di 7000 nuove abitazioni prefabbricate. Un numero irrisorio per territori in cui il 35-40% delle case di abitazione aveva subito danni tali da renderle inabitabili; in alcune zone si arriv al 70%. La sola provincia di Avellino denunci 100000 persone senza casa.91 La vera soluzione ai problemi causati dal terremoto, dopo la demolizione delle tendopoli a pochi mesi dal sisma, fu principalmente una: l'emigrazione. Parte consistente della popolazione dell'Irpinia e del Vulture non fece ritorno nei luoghi d'origine, andando all'estero o nelle aree pi sviluppate del paese.

Il duce costruttore di strade?
Un altro punto su cui alcuni si focalizzano per sottolineare le capacit edili del fascismo  quello di dire che "don una moderna rete di strade all'Italia". Il problema infrastrutturale italiano era noto e si trascinava dall'Unit: la rete viaria era in condizioni pessime, e un primo piano di infrastrutturazione venne lanciato sotto i governi di Giovanni Giolitti e del suo successore Ivanoe Bonomi (1921). Piano dispendioso ma necessario, che per incontr la ferma opposizione di alcune formazioni della destra dell'epoca, che sostenevano essere questa una spesa inutile e atta a favorire la cantieristica delle cooperative dei lavoratori. Si arriv al boicottaggio e al sabotaggio dei cantieri. Il gruppo di oppositori pi agguerrito era proprio costituito dal Partito fascista di Mussolini. Intanto il settore dello sviluppo di comunicazioni efficienti veniva lasciato all'iniziativa privata.
L'ideatore del concetto di autostrada in Italia fu l'ingegnere Piero Puricelli, che per primo concep la possibilit di costruire una rete di strade a scorrimento veloce, il cui costo sarebbe stato ammortizzato dal pagamento di pedaggi.92 Nel 1921 riusc a far approvare il tracciato per una strada che avrebbe collegato Milano a Varese e alla zona dei Laghi e che sarebbe stata limitata nell'uso ai soli veicoli a motore, riuscendo al contempo a far definire questo progetto, nato come esperimento imprenditoriale, di pubblica utilit. Il primo tratto della nuova autostrada voluta da Puricelli venne poi effettivamente inaugurato il 23 settembre 1923, dopo un anno di governo Mussolini.
Una volta salito al potere, il fascismo riprese in mano il dossier infrastrutturale di Giolitti, seguendo al contempo le idee di Puricelli e dandogli la possibilit di costituire, sotto l'egida pubblica, una societ privata con lo scopo di attivare una serie di progetti riguardanti la nuova rete autostradale. Il piano era ambizioso, le finanze insufficienti. Ai primi tratti come la Bergamo-Milano e la Napoli-Pompei seguirono i tracciati meno remunerativi ma pi legati all'interesse pubblico, che misero in crisi i conti delle aziende delle strade e rallentarono la "rivoluzione fascista su gomma". I tratti autostradali - meno di una decina quelli inaugurati tra il 1924 e il 1935 - avevano una lunghezza media di una settantina di chilometri e costituivano pi un motivo di vanto per il regime che non un'opera di pubblica utilit. Basti pensare che all'atto dell'inaugurazione del primo tratto della Milano-Laghi il numero di tutti gli autoveicoli a motore circolanti in Italia era di 78262 unit.93 L'epopea dei grandi cantieri autostradali, per lo pi rimasti solo sulla carta, fin definitivamente nel 1935, quando l'aggressione fascista dell'Etiopia fece schizzare alle stelle il costo del carburante, rendendo improbabile per quell'epoca il sogno dell'automobile di massa, vagheggiato dal fascismo e da alcuni suoi grandi sponsor privati, come la FIAT di Giovanni Agnelli.
La rete autostradale fin l messa in piedi da Puricelli, anche se sostenuta dal denaro pubblico, continu a essere un'operazione in perdita. La societ di Puricelli dovette essere salvata attraverso l'acquisizione da parte del neonato Istituto per la Ricostruzione Industriale: un affare per Puricelli, a cui andarono 500 milioni di lire per l'azienda, pi 42 milioni per coprire i debiti personali dell'ingegnere.94 Denaro pubblico che and speso soprattutto per salvare l'immagine delle autostrade come gloria del genio italico, e che agli effetti venne distolto da investimenti meno roboanti ma pi utili, come quelli per la sistemazione delle normali strade statali, che rimanevano l'asse portante del traffico commerciale del paese. Come per altri casi, anche il problema delle infrastrutture viarie venne risolto solo dopo la fine cruenta del fascismo e la ripartenza economica dell'Italia repubblicana. Furono gli anni cinquanta i protagonisti della vera rivoluzione dei trasporti italiani, con la scelta di investire nella costruzione di una grande rete autostradale a pedaggio che coprisse l'intero territorio nazionale, incentivando al contempo l'industria automobilistica e i traffici commerciali su gomma, che divennero la spina dorsale del boom economico italiano.95

Il duce della legalit.
Mussolini  stato un integerrimo difensore della giustizia?
Una delle grandi favole che circolano riguardo il fascismo  quella che, nonostante tutte le storture e le prevaricazioni tipiche di un regime totalitario, il fascismo, e in particolar modo Mussolini, siano stati una parentesi di onest e dirittura morale nella vita politica del paese. Il paragone che porta avanti questo tipo di bufale  ovviamente quello con le classi politiche dell'Italia repubblicana: ai presunti ladri e malfattori che dominerebbero la scena odierna, il nostalgico del duce contrappone una figura di statista illuminato e incorruttibile, che aveva forse come unico difetto quello di colpire con castighi troppo severi chi sbagliava. Una condotta integerrima e quasi austera che non ha per fondamenti storici.
Per prima cosa, affrontando un tema tanto vasto e complesso, si dovrebbe chiarire la differenza tra il concetto di legalit e quello di giustizia. Se infatti la giustizia ha a che fare con valori e principi che escono dal semplice campo della legge per sconfinare nella morale, la legalit  il pi semplice rispetto delle norme vigenti. Da questo punto di vista  evidente che il fascismo, in quanto movimento totalitario e distruttivo delle libert individuali,  per definizione ingiusto. Non ha molto senso discutere del rapporto con la giustizia di un regime liberticida che mantiene il potere con la forza. Si discuter quindi qui del rapporto tra il fascismo e il sistema delle leggi vigenti che governavano il paese e che il fascismo in parte contribu a scrivere.
Quello tra legalit e fascismo  un rapporto davvero variegato, che muta nel tempo. Fin da subito si addensarono su Mussolini i sospetti di scarsa moralit, macchiandone l'immagine pubblica. Il primo avvenimento sospetto nella carriera politica del duce data addirittura l'anteguerra. Quando nel 1914 da direttore del quotidiano socialista "L'Avanti!" in poco pi di un mese pass dal neutralismo all'interventismo, cio da contrario a favorevole all'entrata in guerra dell'Italia nella prima guerra mondiale, la velocit e l'ampiezza del salto stup molti. Angelo Tasca, storico e scrittore italiano, gi nel 1938 dal suo esilio francese scriveva nel suo Nascita e avvento del fascismo: "Questo voltafaccia  sentito dai militanti e dai lavoratori che lo avevano seguito con cieca fiducia come un tradimento. Nel sedicente paese di Machiavelli, esso scava tra Mussolini e la classe operaia un abisso incolmabile".96 I suoi detrattori lo accusarono di essersi venduto alla causa dell'intervento in cambio di denaro. Lui neg sempre sdegnato, aprendo poco tempo dopo un nuovo giornale, il "Popolo d'Italia", con un buon capitale iniziale. Come ricorda lo storico Spencer Di Scala, Mussolini "riusc nella sua impresa [di aprire un nuovo giornale], ma la provenienza poco chiara dei fondi, una parte dei quali venivano da industriali che miravano a ricavare profitti dalla guerra, sollev l'ostilit dei compagni".97 Quella di essere un traditore e un corrotto fu un'accusa che gli venne sempre rivolta, da l in poi, dai suoi ex compagni della sinistra socialista.98
A guerra finita, quando Mussolini cerc di intercettare le masse dei reduci delusi dagli esiti del conflitto, il movimento fascista si defin da subito per una svolta radicale nel panorama politico italiano. In quello che venne definito il programma di San Sepolcro, del 1919, il fascismo si present come "antipartito per mobilitare i reduci al di fuori dei partiti tradizionali. [...] I fascisti disprezzavano il parlamento e la mentalit liberale, esaltavano l'attivismo delle minoranze, praticavano la violenza e la politica della piazza per sostenere le rivendicazioni territoriali dell'Italia e per combattere il bolscevismo e il partito socialista".99 La maggiore occupazione delle squadre fasciste in quel periodo era quella di impegnare in scontri sanguinosi i lavoratori in sciopero, distruggere le sedi di giornali e sindacati avversari, cercare di accreditarsi come forza armata autonoma nel marasma postbellico. Un fenomeno tutt'altro che legato quindi ai concetti di legalit difesi dall'ordine costituzionale e democratico. Dei sovversivi, per lo pi di orientamento repubblicano, che portavano avanti una lotta dichiaratamente minoritaria. Infatti la loro scelta politica fu bocciata dagli elettori, che quello stesso anno punirono severamente nelle urne questo programma, lasciando Mussolini e i suoi fuori dalla Camera.100 La batosta elettorale impresse un'accelerazione alla metamorfosi del movimento in soggetto politico, espressione dell'ordine e della conservazione.
Per conquistare il potere si doveva dare un'immagine di s pi rassicurante. Fu cos che gli squadristi si misero sistematicamente a contrastare la sinistra, schierandosi dalla parte dei padroni di fabbriche e imprese agricole, imponendo con la violenza la fine degli scioperi e l'interruzione delle manifestazioni. Grazie a questa svolta, Mussolini riusc a ottenere l'appoggio dell'alta borghesia industriale e agraria, che vide negli squadristi in camicia nera delle milizie a basso costo attraverso cui imporre il proprio volere. Con questo nuovo passaggio trasformista il consenso al movimento di Mussolini, nel frattempo divenuto partito, aument considerevolmente. La formazione, rimasta violenta nelle sue espressioni di piazza, era per ora impegnata a usare la violenza per "riportare la legalit" dove mancava. Fu questo il pretesto per continuare la sistematica eliminazione degli avversari politici e imporre la propria presenza sulla scena pubblica: il fascismo si defin il partito della legalit. Anche se a molti non sfuggiva il paradosso di un partito che cercava di imporre la legalit attraverso sistemi illegali, questo non imped che le camicie nere si intestassero il ruolo di "legalizzatori" della vita sociale italiana. Contro questa contraddizione esplicita si sollevarono per in molti: quando, nel luglio del 1921, le sinistre tentarono un'ultima volta di fermare con l'arma dello sciopero il fascismo che gridava alla calma manganellando gli avversari in strada, le manifestazioni antifasciste dei lavoratori presero il nome di "sciopero legalitario".101 Ma ci non bast a far smettere ai fascisti i panni dei presunti difensori della legge.
Il rispetto ferreo delle regole per Mussolini e i suoi non furono quindi fin dagli inizi pratica corrente; per si trasform comunque in un forte ed efficace pretesto propagandistico. Uno dei cavalli di battaglia fascisti di quegli anni fu la necessit, per il paese, di liberarsi del sistema corrotto dell'Italia liberale: corrotto in quanto vecchio e decrepito, ma corrotto anche in quanto ladro e parassita. La vita politica dell'Italia liberale era stata spesso scossa da scandali che avevano portato alla luce ruberie e malversazioni, e il fatto di potersi presentare come i ripulitori di questo sistema, di essere il nuovo che avanza e scaccia ci che  vecchio e malsano, fu una componente essenziale dell'immagine pubblica che il fascismo si volle dare.

Matteotti e l'onest fascista.
Una volta conquistato il potere, l'aura di governo della legalit rimase una costante dei proclami del duce e dei suoi ministri, e il paragone col passato doveva essere rimarcato ogni volta che fosse possibile. Fu per questo quindi che probabilmente il primo scandalo dell'era fascista venne messo a tacere con una brutalit senza precedenti: non era semplicemente possibile, per il "governo nuovo", che doveva rinnovare l'Italia, incappare gi nel suo secondo anno di mandato in un banale scandalo di tangenti.
Il socialista Giacomo Matteotti era un uomo scomodo per il governo Mussolini da molti di punti di vista: integerrimo difensore dello stato di diritto, fortemente attaccato a ruolo di oppositore istituzionale al fascismo e in pi molto preparato in politiche di bilancio e affari economici. Fu pi volte assalito dagli squadristi durante i suoi mandati parlamentari, ma questo non plac i suoi attacchi al fascismo come movimento politico, ma anche come partito di governo, ritenendolo non solo violento, ma anche corrotto e incapace. Carlo Silvestri, giornalista del "Corriere della Sera",102 ricorda che Matteotti era "un uomo che leggeva il bilancio dello Stato cos come io leggo un romanzo. Dalla lettura, Matteotti aveva tirato fuori delle constatazioni orripilanti dal punto di vista delle spese, del disordine e cos via".103 Matteotti, che nella primavera del 1924 faceva parte della Commissione Bilancio della Camera, pi che semplice disordine nei conti aveva evidenziato in sede di commissione che le cifre presentate dal governo erano state volutamente modificate: "Dalle cifre anticipate dal presidente della giunta, risultava che il bilancio ufficiale in pareggio presentato dal governo al parlamento e al sovrano, pochi giorni prima, in occasione dell'apertura della legislatura, fosse falso, mentre il bilancio vero, che prevedeva un disavanzo di due miliardi, risultava essere quello che il governo stava tentando di approvare dalla giunta generale del bilancio".104 La pericolosit della figura di un antifascista come quella di Matteotti stava proprio in queste sue capacit di inchiesta: il deputato socialista non si limitava a denunciare la violenza squadrista che ormai il neopresidente del consiglio Mussolini liquidava con un'alzata di spalle; faceva opposizione politica in commissione, smascherando le truffe contabili del governo, inchiodandolo alle sue deficienze e ai suoi imbrogli del tutto simili a quelli della tanto odiata stagione liberale che voleva cancellare. Rappresentava dunque un duplice pericolo per il fascismo di governo, perch non solo continuava a protestare contro le violenze fasciste, ma stava cercando di dimostrare che quello di Mussolini era un partito di truffatori uguale - forse peggiore - di quelli che lo avevano preceduto. Se della violenza e anche del menefreghismo nei confronti delle libert individuali il fascismo in un certo senso poteva addirittura vantarsi, l'accusa di disonest sarebbe stata probabilmente troppo difficile da digerire per un'opinione pubblica che voleva il cambiamento.
Molti storici ormai, sulla scorta delle testimonianze dell'epoca, sostengono che quello di Giacomo Matteotti sia stato un delitto politico-economico, nel senso che si voleva far tacere il deputato socialista per impedirgli di distruggere l'immagine pubblica del fascismo dimostrando che era una cricca di malfattori che si stava arricchendo alle spalle dello Stato. Pietro Nenni ricorda che "il giorno successivo a quello in cui fu assassinato, Matteotti avrebbe dovuto parlare alla Camera sull'esercizio provvisorio e senza fare dello "scandalismo" personalistico si riprometteva di attaccare la politica di De Stefani [allora ministro delle Finanze di Mussolini] e di richiamare l'attenzione del paese sulle troppo rapide fortune maturate all'ombra di palazzo Chigi e del Viminale, con fenomeni di corruzione identici a quelli che caratterizzarono il Secondo Impero francese".105
Pare che, nello specifico, lo scandalo riguardasse certe tangenti ottenute da alcuni gerarchi fascisti per lo sfruttamento dei diritti su possibili giacimenti petroliferi in pianura padana e in Sicilia da parte dell'azienda petrolifera Sinclair Oil. Tra i coinvolti sembra ci fosse anche il fratello del duce, Arnaldo Mussolini.106 Trapelarono molte indiscrezioni nel corso degli anni sulle motivazioni dell'assassinio di Matteotti. Come ricorda Mauro Canali "Aldo Gibelli, ad esempio, economo del "Corriere Italiano", si lasci sfuggire alcune gravi indiscrezioni che furono raccolte dal deputato comunista Ezio Riboldi. Gibelli aveva confidato ad alcuni conoscenti di essere al corrente che il sequestro di Matteotti era avvenuto poich si riteneva che egli fosse in possesso di un documento sulla convenzione Sinclair che provava come la stipulazione dell'accordo fosse stata favorita dall'elargizione di cospicue tangenti a sei alte personalit del governo fascista".107 Il rapimento e l'uccisione del deputato socialista, il 10 giugno 1924, stroncarono la possibilit che lo scandalo scoppiasse. Per il mito della purezza fascista si arriv al paradosso di pensare preferibile un delitto le cui motivazioni stavano nell'azione violenta di alcuni fascisti scalmanati, piuttosto che nella volont, di stampo mafioso, di voler mettere a tacere una voce critica che avrebbe mostrato al mondo il vero carattere del fascismo: pi associazione a delinquere che partito politico. Renzo De Felice a questo proposito dava un giudizio piuttosto chiaro del sistema fascista, pur non avendo avuto accesso agli studi pi attuali: " indubbio che all'ombra del governo si annidasse un losco mondo speculativo";108 e ancora: "La teoria, dunque, che nel delitto vi sia stata anche una componente affaristica, se a tutt'oggi [l'edizione da cui  presa la citazione fu edita nel 1995] non  documentabile non ci pare per possa essere confinata nel regno delle fantasie; troppi accenni riportano ad essa".109
Al di l delle implicazioni giudiziarie che avrebbe avuto lo scoperchiamento dello scandalo della Sinclair Oil, salta agli occhi il fatto che il regime gett la maschera davanti al parlamento e all'opinione pubblica con il famoso discorso del 3 gennaio 1925, in cui Mussolini stesso si caric della "responsabilit politica, morale, storica di tutto quanto  avvenuto".110 Una delle implicazioni pi significative di questo discorso era l'ammissione che la condotta violenta non era un corollario sfortunato del modo che aveva scelto il fascismo per prendere il potere, ma parte di una strategia organica che prevedeva di alzare lo scontro rendendo la violenza illegale fascista qualcosa di necessario. Una mossa scaltra, di cui Mussolini non era solo consapevole, era responsabile. Basterebbe questo atteggiamento contraddittorio a chiarire quale fosse il rapporto del fascismo con la legalit: strumentale. La legge andava rispettata se utile a reprimere oppositori e non conformi; andava invece ignorata se ostacolava le mire del regime. Infine, andava riscritta se si opponeva troppo chiaramente alle ambizioni del duce.
In parte, i difensori del fascismo, contemporanei e postumi, hanno cercato di svalutare questo uso disinvolto delle categorie morali, confinandolo alla necessit di prendere il potere con qualunque mezzo per poter poi cambiare veramente le cose. Si sarebbe trattato, insomma, di usare ogni mezzo, lecito ma soprattutto illecito, per arrivare alla stanza dei bottoni e da l far rinascere il paese. Un inizio turbolento a cui sarebbe seguito un ventennio di correttezza e legalit. Lasciando per un attimo da parte la pericolosit di un ragionamento machiavellico secondo cui il fine avrebbe giustificato i mezzi, se si passa ad analizzare quale fu il comportamento del fascismo una volta divenuto regime e governo, si vede come il rapporto con la legalit fosse a dir poco ondivago.
Quando si consolidarono al potere, apparve chiaro che il fatto di avere a che fare con la macchina pubblica rendeva i fascisti ladri tanto quanto chi li aveva preceduti. Un malaffare diffuso, che interessava soprattutto gli strati medi del partito, il quale negli anni divenne un parassita della macchina statale. Il regime mise in piedi un vero proprio sistema di clientele su base nazionale, stornando ricchezze pubbliche e servendosene per foraggiare il partito e i suoi membri.
Solo per tornare su episodi gi accennati, l'aggiudicazione d'imperio di interi settori di spesa pubblica a enti amici, come nel caso dell'Opera Nazionale Combattenti con le bonifiche o con la legge del 1939 sulla sistemazione degli squadristi nelle imprese di Stato. Un circolo vizioso che portava il fascismo a drenare la ricchezza pubblica per rafforzarsi e in questo modo mantenere il potere. Ma il problema della legalit investiva anche i singoli, che approfittavano spudoratamente della loro posizione di potere per imporre tangenti e accordare favori. Come scrive Paul Corner su un gerarca di primo piano come Farinacci: "L'avvocato Roberto Farinacci, ad esempio, era in grado, con dubbie credenziali professionali, di chiedere e ottenere parcelle a sei cifre per interventi in casi giudiziari in cui il suo peso politico veniva usato per aggiustare la sentenza".111
Mussolini era ovviamente a conoscenza di questo stato di cose. Come ricorda ancora De Felice: "A parole Mussolini era per una intransigenza morale assoluta. [...] Questa regola in realt l'applicava per solo ai pesci piccoli, quando la denuncia di qualche caso spicciolo non poteva suscitare scandalo e anzi pensava che la punizione dei colpevoli potesse giovare al regime... [...]. Tutt'altro atteggiamento teneva, invece, nei casi pi gravi, che riguardavano personalit in vista che potevano suscitare scandalo".112
Alcuni episodi, nonostante il lavoro di censura, arrivarono comunque all'opinione pubblica. Si  gi citato pi sopra l'esempio dei fondi destinati al terremoto dell'Irpinia e del Vulture del 1930. Durante gli sforzi di ricostruzione i prefetti sul posto si lamentarono del fatto che i fondi stanziati, gi di per s insufficienti, si fossero dispersi in mille rivoli prima di arrivare a destinazione. Il costo delle casette "asismiche" ad esempio lievit a pi del doppio del preventivato. Per le forniture delle forze armate fu lo stesso: uno dei motivi per cui l'esercito italiano arriv drammaticamente impreparato alla guerra fu che i fondi, gi esigui, destinati all'ammodernamento, si disperdevano in mazzette e ruberie.
Che Mussolini fosse a conoscenza del fenomeno  testimoniato dalle denunce degli organi di controllo, dai processi che di tanto in tanto, col consenso del duce, venivano intentati contro esponenti del regime e anche dalle lamentele dello stesso Mussolini. Comunque, anche quando la magistratura arrivava a indagare sulle malefatte dei gerarchi, "la parola d'ordine era sempre quella di evitare scandali in grado di screditare il partito agli occhi della gente".113
La polizia politica fascista, la famigerata OVRA, aveva tra i suoi compiti quelli di tenere sotto controllo e spiare i gerarchi e le persone vicine al duce, in modo da garantire una stretta vigilanza sulle loro tendenze politiche e rilevando eventuali punti deboli o illegalit.114 Questo sterminato archivio, che Mussolini conservava nel suo studio privato,115  sopravvissuto alla guerra e offre uno spaccato desolante della moralit del clan mussoliniano: dalle sottrazioni di denaro pubblico ai vizi dei singoli rappresentanti del regime, chi stava attorno al duce approfitt in ogni modo della vicinanza al potere. Dalle perversioni di gerarchi come Pavolini e Starace, alle frequentazioni della figlia primogenita del duce, Edda, il quadro fornito dalle indagini di polizia  imbarazzante. Mussolini era a conoscenza dei peccati dei singoli, che tuttavia non pun mai in maniera decisa. Lo scopo di questi dossier era sostanzialmente accumulare armi di ricatto nei confronti di suoi possibili oppositori interni, non ripulire l'apparato statale dalle mele marce. Un sistema che fu poi adottato come prassi dalla gran parte dei funzionari del partito.116 Il fascismo fu quindi, basandosi sulle stesse indagini interne volute da Mussolini, un sistema di appropriazione di ricchezza a fini personali. Lo stesso Mussolini risultava attento al proprio benessere economico e a quello dei propri consanguinei. Si preoccup di piazzare in luoghi di rilievo amici e parenti: l'esempio pi lampante  Galeazzo Ciano, che divent ministro degli Esteri e numero due del regime grazie al fatto di essere figlio di Costanzo Ciano, fedelissimo del duce, e marito di sua figlia. Quello dei Mussolini divent negli anni un clan allargato che domin i vertici dello Stato. Fu lo stesso duce, nel suo famigerato discorso sul delitto Matteotti del 3 gennaio 1925, ad ammetterlo: "Se il fascismo  stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!"117
C' chi difende ancora l'immagine di Mussolini, ammettendo che s, il fascismo era corrotto, ma il suo duce no: anche se alcuni uomini del regime furono indegni, il capo era immune da ogni colpa. La figura di un Mussolini ascetico, allergico ai lussi, quasi povero, fu per la prima volta diffusa dalla stessa propaganda fascista, che voleva costruire l'immagine di un dittatore disinteressato e dedito solo ai propri sudditi. Mussolini in effetti non incass mai il proprio stipendio di capo del Governo, devolvendo l'emolumento in beneficenza. Con una mossa dal chiaro valore simbolico, dichiar sempre di mantenersi con lo stipendio di giornalista, e con gli articoli che scriveva, specie per la stampa estera, anche da primo ministro. Si potrebbe discutere sull'effettivo bisogno di denaro contante per un uomo che fu per vent'anni il dittatore assoluto di un'intera nazione, ma ancora oggi c' chi rimane abbagliato dagli effetti della propaganda di allora. Non spese mai il suo stipendio da capo del Governo, vero, ma al contempo accett di buon grado doni e prebende derivanti dalla propria posizione. Ad esempio il 31 agosto del 1936 il Senato del Regno decise di elargire a Mussolini una somma per la "celebrazione della fondazione dell'Impero" di cui i registri contabili del Senato non riportano per l'ammontare. L'11 giugno del 1938 lo stesso Senato dispose una seconda elargizione, questa volta per un milione di lire (l'intero ammontare delle spese di indennit per tutti i senatori fu quell'anno di 932000 lire).118 La cittadinanza di Forl restaur e gli regal un intero castello, la Rocca delle Caminate. Era personalmente proprietario di una modesta villetta in Romagna, ma quando era a Roma risiedeva con la famiglia nella splendida Villa Torlonia, pagando un affitto simbolico di una lira all'anno. Le sue vacanze le passava nella tenuta reale di Castel Porziano, un'enorme fetta di litorale romano che oggi ospita le vacanze del Presidente della Repubblica.119
Con la piena disponibilit dei beni e dei mezzi di un intero Stato la rinuncia all'emolumento di presidente del consiglio non sembra poi un sacrificio cos significativo. Al momento della sua ultima fuga, nell'aprile del 1945, Mussolini non esit a prendere, per s e i suoi fedelissimi, denaro e oro provenienti dai forzieri della Banca d'Italia per cercare di assicurarsi la salvezza. L'ultimo atto di un uomo che ebbe sempre un rapporto quantomeno conflittuale con il tema della legalit fu, nei fatti, quello di appropriarsi di denaro e ricchezza pubblici allo scopo di pagarsi la fuga.120

Il fascismo ha sconfitto la mafia?
Attorno al tema vasto della presunta legalit mussoliniana si sviluppa anche la questione dell'efficacia della giustizia fascista. Se sono innegabili gli attacchi alle libert personali intrapresi dal regime appena gli fu possibile, alcuni ancora oggi sostengono che il duce fosse stato in grado di imporre col suo operato la legalit in molte zone del paese. L'esempio principe di questa contronarrativa, ancora diffusa,  quello che fa del fascismo l'unico regime che fu in grado di sconfiggere la mafia. Un argomento molto d'effetto, anche perch contrappone le immaginate vittorie del passato a quelle che sono le evidenti difficolt, sconfitte o addirittura connivenze dei governi repubblicani.
Quando il fascismo sal al potere la mafia era una realt fortemente radicata in Sicilia: tutte le misure dei governi liberali seguiti all'Unit d'Italia si erano mostrate sostanzialmente inefficaci a contrastare il fenomeno.121 Come molti altri problemi endemici del panorama sociale italiano, anche la lotta alla mafia divenne oggetto di una campagna di propaganda fascista volta a dimostrare che anche in questo campo il duce sarebbe riuscito l dove i governi precedenti avevano fallito.
Dopo la fine della prima guerra mondiale anche in Sicilia i movimenti di rivendicazione dei diritti dei lavoratori della terra crearono un clima di fermento tra la popolazione. I governi centrali sembravano qui come altrove piuttosto indifferenti alle istanze delle classi lavoratrici: i grandi proprietari terrieri avevano da tempo costruito legami di potere e clientelismo con molti esponenti delle maggioranze liberali a Roma e molti tra deputati e senatori provenienti dalla Sicilia erano gli stessi grandi latifondisti che impedivano uno sviluppo organico dell'isola. Tuttavia, sulla scia dei movimenti per la terra del nord Italia, nel 1921 venne messo a segno un punto a favore del libero accesso alla terra da parte di chi la lavorava. Con regio decreto del 15 dicembre 1921122 il governo del liberale Bonomi approv la concessione delle terre incolte da parte di consorzi contadini che ne avessero fatto richiesta. Un duro colpo che scosse lo strapotere di grandi proprietari e anche quello dei mafiosi che li sostenevano: il possesso discrezionale e il controllo della terra erano infatti due dei capisaldi del sistema mafioso. Mussolini, quando ancora era uno dei tanti politici del nord in cerca di voti nell'isola, si present in Sicilia come il paladino dell'ordine e della disciplina. Questo atteggiamento improntato alla forza e al contrasto del caos, specie se come caos venivano identificate le proteste per l'applicazione della nuova norma sulle occupazioni, piacque da subito ai latifondisti siciliani, interessati soprattutto a placare le rivendicazioni dei contadini che chiedevano pane e diritti. I lavoratori agricoli, uniti in sindacati e cooperative, erano stati fin dai primi anni del Novecento gli unici veri oppositori del sistema di potere mafioso con le loro richieste di terra e riforme. Ma fu proprio contro questo movimento popolare di liberazione dalla criminalit che si scagliarono i primi fascisti siciliani. L'accusa era la stessa che si utilizzava per le spedizioni squadriste nelle campagne della bassa padana: i movimenti bracciantile e contadino venivano accusati di bolscevismo e di voler fare la rivoluzione. In breve, i gruppi di picchiatori fascisti divennero, proprio come i picciotti mafiosi, il braccio armato dei latifondisti: fra il 1921 e il 1923 si susseguirono decine di aggressioni squadriste a militanti socialisti, incendi delle sezioni del partito, violenze durante le manifestazioni sindacali.
Quando infine and al potere, il primo intervento del fascismo in materia fu non a caso la revoca della concessione dei latifondi alle cooperative contadine, l'11 gennaio 1923.123 Il pi potente strumento legislativo di lotta alla mafia fino ad allora messo in campo, vale a dire la legge che consentiva la progressiva demolizione del sistema dei latifondi, fu cancellato da Mussolini appena tre mesi dopo la sua nomina a presidente del consiglio. Essendo la mafia un connubio tra interessi locali e controllo stretto del territorio, si pu dire che il fascismo fu da subito buon amico del sistema siciliano che con la mafia conviveva e faceva affari.
Anzi, in realt fu la mafia stessa che in un primo momento non si schier apertamente con il fascismo. Alcuni storici hanno sottolineato che, commettendo un errore di valutazione,124 molti uomini di spicco della mafia rimasero legati ai vecchi partiti italiani, come i liberali, attirandosi in tal modo la "vendetta" di Mussolini: Salvatore Lupo nel suo Storia della Mafia,125 descrive bene questa spaccatura tra la vecchia aristocrazia terriera, che continu per qualche tempo a difendere i propri legami con i partiti dell'Italia liberale, e quelli che oggi potremmo definire gli "scissionisti", nuovi mafiosi che scelsero di seguire l'ondata fascista risultando vincenti. Il fascismo anzi fu una valvola di sfogo per la manovalanza mafiosa che non riusciva a essere impiegata altrimenti: "Il movimento delle camicie nere forn a mafiosi scontenti e a mafiosi potenziali una magnifica occasione di usare l'apparato statale per soppiantare i propri rivali gi affermati e in tal modo approfond i motivi di discordia all'interno della Mafia".126
Una volta preso il potere, per, il fascismo volle fare della lotta alla mafia una bandiera propagandistica: il duce sarebbe riuscito l dove gli altri avevano fallito. La mafia, che viveva grazie alla scarsa capacit dello Stato di controllare il territorio, per la retorica del fascismo appena salito al potere fu dunque un nemico da battere. Per questo, dopo un viaggio conoscitivo, fu lo stesso Mussolini, il 23 ottobre 1925, a inviare sull'isola come prefetto di Palermo Cesare Mori.127
Originario di Pavia, Mori era uomo delle istituzioni che fece carriera negli ultimi anni dell'Italia liberale: da prefetto di Bologna nel 1921 difese con forza la citt dalle violenze fasciste.128 Mori lavor in maniera decisa e anche molto propagandata per sradicare il problema mafioso dalla Sicilia. Il suo sistema di contrapposizione dura, ai limiti della brutalit, port in Sicilia uno stato di emergenza che blocc le manifestazioni violente della mafia. Alcuni mafiosi finirono in galera o al confino. Grazie a questa battaglia e soprattutto al modo in cui i suoi interventi venivano diffusi dalla stampa, Mori divent nella seconda met degli anni venti una delle figure pi in vista dello Stato, tanto da offuscare, a tratti, la popolarit dello stesso Mussolini. Il problema di questa narrativa pubblica stava per nel fatto che il prefetto rappresentava ancora, agli occhi dell'opinione pubblica, un funzionario non del tutto assimilabile all'onda nuova di fascisti nelle istituzioni. Una figura difficilmente controllabile che anzi, mano a mano che procedeva nei successi, rischiava di offuscare il regime.
Fu cos che proprio mentre Mori chiedeva platealmente maggiori poteri per contrastare la mafia, diventando l'eroe italiano della legalit, Mussolini decise di dichiarare ufficialmente che la mafia in Sicilia era stata sconfitta. Era il 1929. Contemporaneamente, ringraziava pubblicamente Mori per il suo impegno e gli comunicava il suo pensionamento per raggiunti limiti d'et (57 anni); la richiesta di rinvio del provvedimento inviata dallo stesso Mori fu respinta.129
Se si guardano le informazioni sui reati, bisogna ammettere che durante il regime fascista, tra il 1924 e il 1943, le statistiche ufficiali riportano un crollo dei reati mafiosi in Sicilia, che addirittura a partire dal 1929 praticamente scomparvero. Come fece il regime a ottenere questo straordinario risultato statistico? Semplice, in una dittatura: impedendo che si desse notizia pubblica dei reati di mafia: i giornali non ne parlarono pi e l'opinione pubblica non venne pi informata degli episodi di violenza. Al contempo aumentarono i reati violenti comuni: omicidi che venivano derubricati come delitti d'onore, furti che non erano pi estorsioni mafiose, ma semplici rapine. Sotto il fascismo la mafia, pi che debellata, fu "silenziata". Non solo nel senso che le venne impedito di commettere azioni plateali, ma anche che il suo agire non fu identificato, ma anzi taciuto. Come sottolineato da Enzo Ciconte, "la mafia non fu debellata perch, contrariamente a quello che si pensava, era un fenomeno molto pi complesso che non poteva essere affrontato e risolto con un'azione repressiva sia pure di imponenti dimensioni. [...] La mafia continu a vivere anche dopo Mori".130
Quando, nel 1943, con la liberazione da parte degli alleati dell'isola e la caduta del regime fascista in Sicilia, si registr un vuoto di potere, il sistema mafioso si rivide in tutta la sua virulenza. I rapporti di forza, i contatti, la struttura stessa della mafia, erano attivi e dinamici appena dopo la caduta di Mussolini, vale a dire appena si cominci a indagare nuovamente sui delitti di mafia chiamandoli col loro nome. Un certo racconto pubblico ricorda come molti boss mafiosi che erano riparati negli Stati Uniti durante il ventennio tornarono in Sicilia alla fine del fascismo. L'idea di fondo  che gli alleati abbiano riportato la mafia nell'isola vanificando gli sforzi mussoliniani. Di certo nomi di peso della mafia tornarono in Sicilia e anzi, vennero reinsediati dalle forze alleate nei loro posti di potere; ma  proprio la facilit con cui ripresero il controllo e tornarono a spadroneggiare - a vent'anni dall'inizio della guerra fascista alla mafia e a quattordici dalla proclamazione della sua presunta sconfitta ad opera del regime - che dimostra come in realt la mafia dalla Sicilia non se n'era mai andata, n come approccio al controllo del territorio n come strutture di dominio della societ.

Il duce economista.
Mussolini ha fatto progredire l'economia italiana ai massimi livelli?
Con Mussolini gli italiani erano pi ricchi di oggi. Questa affermazione si trova a volte sui social, in particolare per mettere a paragone la crisi economica italiana degli ultimi anni con un passato ricordato come prospero e felice. La tesi di fondo di molti polemisti on line  che pi di settant'anni di stato democratico non siano stati in grado di superare o mantenere degli standard economici e anche di sicurezza sociale che invece si attribuiscono al ventennio fascista. Ai tempi del duce, par di capire, da un punto di vista economico le cose "andavano meglio". Difficile dire che cosa si intenda con una dichiarazione tanto netta. Sono davvero molti gli aspetti da tenere in considerazione per potersi addentrare in un paragone sensato tra il passato e il presente. Un primo tentativo di chiarimento potrebbe partire da quella che era la situazione in cui si trovava l'Italia all'avvento della dittatura fascista, per comprendere i punti di partenza e valutare quelli di approdo di un regime che intervenne molto anche negli aspetti economici del paese.

L'economia italiana prima di Mussolini.
Quando nel 1922 Benito Mussolini conquist il potere con la forza, l'Italia liberale era travolta dalla crisi postbellica: l'estrema difficolt di riconvertire un'intera economia di guerra agli scopi della pace, la smobilitazione e il ritorno improvviso di quattro milioni di soldati dal fronte, il quadro dell'economia mondiale azzoppato dalla distruzione di interi mercati di consumo, erano problemi al limite delle possibilit dei governi italiani del dopo 1918. Il debito pubblico, a causa delle spese di guerra, era esploso dai 15766 milioni di lire del bilancio 1914-15 ai 92857 milioni dell'esercizio 1921-22. Un incremento del 429%, che port il debito pubblico in rapporto al PIL al 125% nel 1920.131 Per far fronte a questa situazione di pericoloso dissesto, i governi liberali presero una serie di iniziative di carattere economico, che diedero i propri frutti a partire proprio dagli esercizi di bilancio del 1921-22. Al contempo, cominciarono a negoziare un pagamento pi dilazionato del debito estero contratto, sempre per cause di guerra, con Stati Uniti e Gran Bretagna, che da sole ne detenevano il 99%,132 in modo da permettere all'apparato statale di non essere strozzato dalla mancanza di risorse. Fu in questo periodo che il debito nel suo complesso cominci a scendere. Come sintetizza lo storico e antifascista Gaetano Salvemini, "nel 1922, e quindi gi prima della marcia su Roma, era stata raggiunta una situazione tale da arrestare e piegare verso il basso la crescita del debito pubblico".133
La stretta di bilancio che si abbatt su un'Italia gi prostrata dagli scontri del cosiddetto "biennio rosso" fu efficace ma brutale. Una politica di rigore, la cui durezza min il rapporto tra la societ attiva e le istituzioni, di cui inevitabilmente approfitt il fascismo quando sal al potere.

Il fascismo alla guida dell'economia.
L'uscita dalla crisi fu estremamente lenta e difficoltosa: un paese con forte vocazione alle esportazioni, qual era gi allora l'Italia, privo di materie prime e con un mercato interno decisamente povero, fatic non poco a rimettersi in assetto in un periodo di difficolt generale dell'economia mondiale. Le politiche intraprese dal nuovo governo Mussolini non migliorarono da principio la situazione: il prodotto interno lordo dell'Italia fascista non riusc ad agganciare la ripresa mondiale degli anni venti. Uno dei paradossi dell'Italia fu proprio che, pur avendo vinto la guerra, la sua economia aveva ritmi di crescita paragonabili a quelli dei paesi sconfitti, e non dei vincitori.
C' da dire che Mussolini eredit alcune difficolt strutturali del sistema economico liberale, quali una burocrazia asfissiante e infrastrutture inadeguate; durante i vent'anni di dittatura riusc tuttavia ad accentuare queste storture, aumentandone i problemi endemici. L'Italia unita della seconda met dell'Ottocento aveva seguito la parabola classica dei paesi in via di sviluppo che cercano di agganciare il treno delle economie avanzate: sviluppo diseguale, produzione industriale localizzata solo in alcuni distretti, povert diffusa, costo del lavoro bassissimo. Ma fino ai primi anni del governo Mussolini l'economia italiana era definita "in convergenza" rispetto alle altre economie europee. Una situazione, quindi - una volta recuperate le eccezionalit del periodo bellico - di promessa espansiva. Nel 1925, dopo tre anni di governo, si ebbe il tanto sbandierato pareggio di bilancio, uno dei vanti della politica economica fascista dei primi tempi. Dopo gli anni del peso sconsiderato del debito pubblico che portava in deficit le casse dello Stato, in solo due anni di esercizio Mussolini pot dichiarare che il bilancio dello Stato era in pareggio. Quello dell'equilibrio dei conti pubblici  un altro dei grandi cavalli di battaglia degli ammiratori del duce: non la propaganda, ma i dati di bilancio stessi sembrano confermare le abilit economiche del regime.
Oggi tra i revisionisti da tastiera questo argomento  uno dei preferiti per attaccare sia il deprecabile stato dei conti pubblici italiani dopo la crisi del 2008, sia le ingerenze europee nelle politiche economiche italiane. Di fronte alle difficolt attuali, la vulgata di estrema destra sottolinea che il duce riusc dove i politicanti di oggi falliscono. Il punto per  che, a ben guardare le serie storiche dei conti statali, quello del 1925 fu un pareggio non dovuto alla gestione fascista, ma all'estinzione dei grandi impegni contratti attraverso i debiti di guerra. La chiusura dei grandi prestiti serviti allo sforzo bellico, in parte anche grazie al denaro derivante dalle riparazioni di guerra versate dalla Germania sconfitta, permisero al bilancio dello Stato di andare in pareggio. Questa fortunata coincidenza fu ovviamente sfruttata dal fascismo per vantare capacit di governo superiori a quelle dei ministri dell'Italia liberale, ma molti furono gli economisti che denunciarono gi allora l'indebita assunzione di meriti da parte di Mussolini. L'economista e statistico Giorgio Mortara gi nel 1922 scriveva in una relazione di finanza pubblica che il deficit di bilancio, a politiche economiche invariate, sarebbe scomparso nel 1924;134 in pratica, secondo i suoi calcoli, le prime politiche mussoliniane non favorirono, ma ritardarono il pareggio. Luigi Einaudi, gi allora economista di fama internazionale e futuro presidente della Repubblica, in una lettera del 23 dicembre 1923 al collega Pasquale D'Aroma, scrisse addirittura che il bilancio era in pareggio "dal 1922-23 sebbene quelle bestie sterline di Facta e C. non se ne fossero accorti [...]. Insomma, io dico che il bilancio, come fu ereditato dalla guerra e post guerra  in pareggio da due esercizi (il passato e il corrente); e che lo spareggio, se ci sar,  un fatto nuovo, dovuto a cause nuove dei precedenti e degli attuali governanti".135 Giacomo Matteotti boll nel 1923 tutta la politica del presunto risanamento vantata dai fascisti definendola un "una favola per ignoranti".136
Per il suo primo governo, Mussolini scelse al dicastero delle finanze un economista di fama come Alberto De Stefani. Squadrista e fascista della prima ora,137 De Stefani aveva ben chiare le esigenze dell'economia italiana, e si prodig per portarle avanti con una rigidit quasi militaresca. Una figura di rigore integerrimo che ben si prestava alla propaganda che dipingeva il nuovo governo come deciso fautore del cambiamento. Nella realt De Stefani prosegu la politica di rigore avviata dai liberali, anche con scelte impopolari: risan "i conti delle amministrazioni postale e ferroviaria tramite l'aumento delle tariffe e la riduzione del personale. [...] Nel 1923 vennero inoltre licenziati 65mila dipendenti pubblici".138 Le sue politiche di lotta all'inflazione, troppo rigide, provocarono un crollo della borsa italiana e una crisi finanziaria che coinvolse il sistema bancario.139
Una volta intestatosi il pareggio di bilancio, per, Mussolini decise di abbandonare le politiche rigoriste del suo ministro per avviare una collaborazione pi accondiscendente con i grandi capitani dell'industria italiana, che si lamentavano dell'eccessiva intransigenza del titolare delle Finanze. Fu cos che dopo essere servito da volto incorruttibile del regime, De Stefani venne cacciato dal governo su esplicito ordine della Confindustria.140 Dopo questo anno, in cui tra l'altro si avviarono le prime grandi riforme economiche fasciste, il fenomeno di avvicinamento secolare alle economie avanzate per la prima volta si interruppe. Questo moto virtuoso non fu stroncato da fattori esogeni o dall'irrigidimento delle condizioni economiche internazionali, che semmai costituirono un'aggravante; il peso maggiore di questo rallentamento economico  da ricercare proprio nelle scelte economiche del fascismo. A partire dalla seconda met degli anni venti il governo avvi una serie di riforme ispirate per lo pi dall'impatto propagandistico che avrebbero avuto sul paese.
Uno dei casi pi eclatanti  la rivoluzione monetaria che passa sotto il nome di "quota Novanta".141 Il nome deriva da un'espressione coniata dallo stesso Mussolini per definire l'obiettivo di fissare il cambio tra la moneta italiana e quella inglese a 90 lire per ogni sterlina. Nelle intenzioni del fascismo, a una "nazione forte" doveva corrispondere una "moneta forte". Questo aggettivo era letto dal regime come una definizione di prestigio, quasi indipendente dalle implicazioni in campo macroeconomico. La rivalutazione forzosa della lira portava con s inevitabili conseguenze: la moneta inglese, allora la pi stabile al mondo, era agganciata al prezzo dell'oro, secondo quello che veniva definito "gold standard"; imporre un cambio fisso con questa moneta significava, in pratica, impedire che il valore della moneta italiana rispecchiasse i fondamentali dell'economia del paese, mantenendo invece un equilibrio con i valori delle monete di scambio mondiale. Quando fu lanciata questa battaglia, nel 1926, il cambio era 155 lire per una sterlina. La valuta italiana aveva subito grosse svalutazioni per via delle turbolenze postbelliche e il riferimento alle monete forti dell'epoca mostrava la debolezza del sistema Italia. Far perdere valore alla propria moneta era stato il modo pi veloce per rendere competitive le proprie merci all'estero, cosa indispensabile per il riavvio economico di un paese manifatturiero come l'Italia.
Una delle misure adottate per favorire il rafforzamento della lira fu quello di imporre il taglio delle retribuzioni di quasi tutte le categorie di lavoratori salariati.142 Questo port il paese alla stagnazione economica, dovuta alla contrazione dei consumi, prima ancora che al crollo della finanza del '29. Come spiegano le serie storiche della Banca d'Italia, quando venne raggiunto il cambio di 88 lire per una sterlina, cio quando la battaglia mussoliniana fu considerata vinta, nel 1927, le grandi industrie vicine al regime si trovarono con una moneta che permetteva di acquistare pi agevolmente le materie prime all'estero e con spese per gli stipendi tagliate quasi di un quinto; la maggior parte dei lavoratori dipendenti italiani si trov invece con salari e capacit di risparmio ridotti. Il primo intervento fascista in economia, perci, non rese gli italiani pi ricchi, ma pi poveri, in termini di capacit di spesa, in media del 15%. Questo taglio colp in particolar modo le classi lavoratrici e in generale i salariati, vale a dire i ceti pi deboli del paese, che tra l'altro erano appena stati privati del diritto di sciopero e non avevano dunque alcun mezzo legale per interferire con la politica del governo. In pi, mentre i salari scesero immediatamente, non fecero altrettanto i prezzi dei beni di consumo, come rivel gi negli anni settanta lo storico economico Salvatore La Francesca: "I salari e gli stipendi furono ridotti dal 10% al 20%, in una situazione che privava i lavoratori del diritto di sciopero e di rappresentanti sindacali autentici, e con prezzi al minuto che si mantenevano abbastanza stabili. Questa tendenza continu anche negli anni seguenti".143
Si deve ammettere, per meglio inquadrare le dinamiche delle politiche economiche fasciste, che il regime si trov a governare l'Italia nel mezzo della pi grande crisi del capitalismo del Novecento. Un periodo di difficolt diffusa, che mise in ginocchio tutte le economie avanzate. Un giudizio sulla bont o meno delle politiche mussoliniane non pu quindi essere dato se non facendo un confronto con i modi e le soluzioni approntati dagli altri paesi coinvolti, e sui modi e i tempi (molto diversi) in cui paesi paragonabili all'Italia uscirono dalla crisi.
La Grande Depressione del 1929 colp tutti duramente: in Italia, con un'economia ancora da paese in via di sviluppo e con i postumi della Grande guerra, il crollo invest da subito le banche, trascinando con s l'intero sistema finanziario. L'industria e la manifattura incentrate sulle esportazioni subirono un tracollo, mentre quelle che si rivolgevano al mercato interno, come si  visto, erano gi in difficolt per via della politica monetaria fascista.

L'I.R.I.
Le misure prese dal governo per far fronte alla crisi furono innanzitutto il salvataggio delle grandi banche d'affari con denaro pubblico. Accanto a questo si ebbe la costituzione di un ente che avrebbe rilevato e tenuto in piedi tutti i conglomerati industriali che non fossero stati in grado di rimanere sul mercato:  del 1933 la fondazione dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI).144 Questa misura in realt non fu un'invenzione fascista ma un ampliamento di un sistema di supporto pubblico alle imprese pensato nel 1913 e attivato nel 1915 con il Consorzio per Sovvenzioni su Valori Industriali.145 Come riporta lo storico dell'economia Rolf Petri, "la grande crisi non fu levatrice di una creatura generata dal nulla. Gi da tempo la strada aveva piegato in direzione del finanziamento e del sostegno pubblici delle attivit produttive, grazie al convincimento diffuso, e non solo tra i tecnocrati di affiliazione nittiana, "che per il completamento dell'industrializzazione e della modernizzazione del paese fosse necessaria una grande mobilitazione di risparmio a disposizione di mani adatte"".146 L'IRI fu sul momento una misura emergenziale avveduta, perch salv il tessuto industriale del paese dal crollo; una mossa pensata per essere temporanea. Visto il perdurare della crisi e soprattutto colta la valenza strategica di poter avere un conglomerato industriale dominante sotto diretto controllo statale, nel 1937 il regime decise di rendere l'istituto permanente.147 La norma che stabilizzava l'esistenza dell'istituto porta in s il carattere della scelta fatta dal regime: "Art. 1. L'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), ente di diritto pubblico, ha il compito di provvedere con criteri unitari alla efficiente gestione delle partecipazioni di sua pertinenza, secondo le direttive della politica economica del Regime, espresse dalle competenti corporazioni. Le partecipazioni ed attivit che lo Stato non abbia interesse a conservare saranno gradualmente smobilizzate".148 Lo scopo dell'ente non era pi salvare le aziende in difficolt, ma portare avanti la politica del regime in ambito economico. L'autorizzazione alla dismissione delle partecipazioni "non interessanti per lo Stato" scolleg nei fatti l'IRI dal suo compito di ammortizzatore del tessuto industriale e ne fece un'azienda di Stato. Le imprese che l'IRI dovette salvare con denaro pubblico fin da subito furono molte: secondo il bilancio dell'istituto nel 1934, ad appena un anno dalla sua costituzione, il 21,4% del capitale di tutte le industrie italiane era controllato direttamente o indirettamente dall'IRI, la quale da sola copriva quasi il 15% del PIL italiano.149
L'impatto di medio-lungo termine della nascita dell'IRI  controverso: se in un primo tempo ci fu consenso per il sostegno all'economia, in seguito si vide che il colosso industriale che assorbiva le aziende in crisi era nei fatti un concorrente fortissimo degli imprenditori privati e una struttura che da sola poteva cambiare le sorti di interi comparti produttivi. L'IRI fu un tassello importante nella costruzione del regime economico corporativo, la terza via tutta italiana tra capitalismo e socialismo che cercava di dirigere l'economia secondo gli interessi del fascismo al potere. L'ente venne mantenuto anche in epoca repubblicana divenendo una delle pi grandi imprese al mondo, liquidata definitivamente solo nel 2002. Pare interessante sottolineare come ai tempi d'oro dell'IRI, negli anni sessanta e settanta, a destra in molti ricordassero che era stata un'invenzione del duce. Quando il colosso entr in crisi e poi divenne uno dei simboli dell'inefficienza dell'intervento diretto dello Stato nell'economia, questa paternit non venne pi vantata. Oggi che l'ente non esiste pi e il suo ricordo  legato alla stagione di Tangentopoli, sui social nessuno rivendica l'IRI come un'invenzione di Mussolini.

Da soli in faccia al mondo!
Altra politica economica fascista di rilievo, anche a causa di una politica estera sempre pi aggressiva, fu la cosiddetta "autarchia", vale a dire la volont di produrre tutto quello di cui lo Stato aveva bisogno all'interno dei confini nazionali. Con un celebre discorso pronunciato il 23 marzo 1936, di fronte all'assemblea del Consiglio nazionale delle corporazioni, Mussolini dichiar che si doveva passare a una nuova forma di sviluppo economico che permettesse di vincere le future sfide militari che si ponevano al paese.150
L'idea di fondo perseguita dal regime era quella di costruire un'economia autosufficiente e quindi slegata dalle influenze del mercato internazionale. Una mossa che avrebbe permesso di rendere l'Italia libera di muoversi sullo scacchiere internazionale senza temere le sanzioni da parte degli altri Stati. Questa concezione militaresca dei rapporti internazionali si scontr per con la realt di un'economia priva di materie prime, basata su un'industria di trasformazione e legata al commercio internazionale per crescere, visto che il piccolo mercato interno dei consumi rimaneva depresso. Le campagne di propaganda sulla necessit di una produzione nazionale di beni furono definite "battaglie", e vennero impostate come delle vere e proprie campagne militari, con obiettivi da conseguire e tabelle di marcia da rispettare. Tra le pi famose ci fu la grande "battaglia del grano". L'approvvigionamento di cereali era uno dei molti settori in cui l'Italia non era autosufficiente ed era costretta a importare beni da altri paesi. La propaganda fu serrata: passarono alla storia le foto del duce che a petto nudo trebbiava covoni di grano per dare il buon esempio. Ci fu in effetti un aumento della produzione cerealicola,151 ma il grano italiano si confrontava ormai con la realt di un mercato globale dei beni in cui la materia prima proveniente ad esempio dalle grandi estensioni degli Stati Uniti o del Canada costava, anche se trasportata da oltre oceano, decisamente meno rispetto al prodotto nazionale. Il primo vero frutto dell'autarchia fu dunque, per i cittadini comuni, il fatto di non poter approfittare dei benefici del commercio internazionale, come il calo dei prezzi dei prodotti agricoli.

In crisi davanti alla crisi.
Il risultato di questo mix di misure di facciata ed errori di calcolo fu che l'Italia arriv con un'economia gi asfittica al 1929, quando la crisi internazionale distrusse le prospettive di crescita dei paesi occidentali. Il decennio di difficolt economiche in cui piombarono le potenze capitaliste tra il 1929 e lo scoppio della seconda guerra mondiale fu affrontato da ognuno con risultati diversi. L'Italia risent meno, percentualmente, del crollo della finanza, anche perch il sistema economico era decisamente meno sviluppato ed esposto dal punto di vista finanziario rispetto ad altre realt. Tuttavia un ulteriore impatto sui redditi ci fu, e pare interessante osservare come ne uscirono i vari paesi.
Portato a 100 il reddito degli italiani nel 1929, si pu notare come la flessione dovuta alla crisi arriv a un minimo di 93,1 nel 1930 e 1931, per poi risalire fino ad arrivare nel 1938 a 110,6. Una crescita media dell'1% all'anno. Tra l'altro, il 1938 registr un calo rispetto al 1937, il migliore dopo il 1929, con 110,7. Alla vigilia della seconda guerra mondiale l'economia italiana, in pratica, era ferma. La Gran Bretagna, con un'economia decisamente pi sensibile agli scossoni globali, fatto 100 il valore del 1929, a causa della crisi cadde a 71,6 nel 1930, per poi risalire faticosamente fino a 111,1 nel 1938. La Francia scivol fino a un minimo di 70,2 nel 1934, applicando poi politiche di ripresa che la fecero arrivare nel 1938 a 153,1, sempre tenuto a 100 il valore del 1929.152
L'economia italiana venne colpita meno di altre e tuttavia fu pi lenta riprendersi. La produzione industriale ad esempio torn a livelli precrisi solo dopo il 1937.153 In un quadro d'insieme di estrema difficolt, a farne le spese furono soprattutto i lavoratori, i cui salari reali medi vennero travolti e congelati per anni. Il valore reale delle retribuzioni riusc a recuperare il livello del 1928 solo nel 1938,154 un decennio perduto per il lavoro italiano.
Da questi dati si ricava una risposta piuttosto chiara rispetto alla domanda se il fascismo abbia portato l'economia italiana ai massimi livelli: no, al contrario. Il regime non riusc ad affrontare con misure efficaci la crisi mondiale, e anzi azzopp la possibile ripresa. Il divario tra il reddito medio di un italiano e quello degli abitanti degli altri paesi europei sviluppati, gi piuttosto ampio all'inizio della dittatura, si allarg ulteriormente a causa delle politiche del governo Mussolini.
Non furono solo le scelte sbagliate in ambito economico a condizionare l'economia italiana del ventennio; anche una serie di scelte politiche segn notevolmente il bilancio del paese. Il governo fascista ad esempio attu una dispendiosa politica di potenza, che port a un'esplosione della spesa pubblica in progetti che drenarono risorse dal bilancio: il regime di occupazione in Libia, la guerra di aggressione all'Etiopia, la partecipazione massiccia alla guerra di Spagna, l'occupazione dell'Albania e poi ovviamente la seconda guerra mondiale, stornarono dalle casse dello Stato un'enormit di risorse. Secondo uno studio sul debito messo a punto dal Ministero del Tesoro, il costo delle avventure belliche fasciste "fu di 5275 miliardi di lire correnti [...]. Si noti che il costo di queste guerre fu superiore di 2/3 circa a quello della I guerra mondiale, pi la conquista della Libia, mentre il PIL era aumentato di 1/3".155
Osservando i dati, le spese di potenza non incisero in maniera troppo rilevante sul debito pubblico, che rimase attorno al 90% del PIL fino allo scoppio della guerra: questa apparente buona notizia - il fascismo tenne sotto controllo il debito pubblico - ha una spiegazione piuttosto semplice, cio la difficolt di finanziarsi sui mercati internazionali. Portare avanti politiche di scontro con i paesi che, come la Gran Bretagna, detenevano il monopolio del mercato del credito internazionale, chiuse i rubinetti. Ci costrinse Mussolini a portare avanti la propria espansione internazionale attraverso altre forme di finanziamento, cercando cio di raccogliere in maniera sempre pi costosa il risparmio degli italiani; aumentando il costo del servizio del debito pubblico;156 rinunciando al pareggio di bilancio e portando avanti politiche economiche senza copertura; tagliando gli interventi per il miglioramento delle condizioni di vita dei propri cittadini, quello che oggi si chiamerebbe welfare; alzando le tasse; intaccando le riserve della Banca d'Italia (cio utilizzando le riserve auree del paese, destinate a garantire la stabilit economica dell'apparato statale) per la spesa corrente.157 Quest'ultima mossa fu particolarmente deleteria per la stabilit del sistema Italia, che nel pieno della crisi degli anni trenta si trov a essere imprigionata nella politica di stabilit monetaria portata avanti dal regime - all'inizio della crisi persino la sterlina e il dollaro vennero svalutati per dare fiato alle economie di Gran Bretagna e Stati Uniti - con un'economia depressa, imposte pi elevate e con un regime che portava avanti costose e incerte avventure militari vendendo i "gioielli di famiglia". Il fascismo riusc comunque a volgere a proprio favore le sue mancanze riuscendo ad addossare la colpa delle difficolt ai paesi stranieri: la raccolta straordinaria di metalli preziosi indetta durante l'aggressione all'Etiopia, il 18 dicembre del 1935, e chiamata pomposamente "Giornata dell'oro alla patria" fu un successo: 35,5 tonnellate d'oro e ben 114 d'argento158 vennero donate direttamente dai cittadini convinti di aiutare il governo a sostenere l'assedio delle potenze occidentali a seguito della guerra coloniale. Le fedi nuziali degli italiani andarono invece a rimpinguare i forzieri della Banca d'Italia per compensare le carenze causate dai prelievi forzosi in atto gi dal 1930.159
Queste raccolte straordinarie non risanarono per la situazione delle riserve statali, che rimase precaria fino allo scoppio della seconda guerra mondiale e che ne condizion fatalmente la conduzione. Ciano nel suo diario riport il fatto che nel febbraio del 1940, parlando della situazione dell'Italia e della possibilit di sostenere uno scontro a fianco della Germania, Mussolini ostentasse sicurezza riguardo alle riserve auree, chiosando: "Il duce non aggiunge per che durante la gestione Guarnieri ci siamo mangiati ben dodici miliardi di titoli esteri e cinque miliardi d'oro. Ora, le nostre riserve sono ridotte a 1400 miserabili milioni, finiti i quali non restano che gli occhi per piangere".160

Gli italiani pi ricchi di sempre?
Per l'economia italiana quello fascista fu un periodo difficile sia per colpa della congiuntura internazionale sia per i problemi strutturali secolari del sistema-paese, ma praticamente tutte le iniziative prese durante il ventennio contribuirono a peggiorare la situazione. Sotto il fascismo aument soprattutto la disuguaglianza sociale: la forbice tra la fetta pi ricca della societ e quella pi povera si divaric, e a una ristretta platea di superricchi, per lo pi aderenti al fascismo, fece da contraltare la gran massa della popolazione che per cercare opportunit di vita migliori aveva come unica alternativa l'emigrazione. Un fallimento per un regime che si professava attento ai temi della giustizia e dell'uguaglianza e che aveva fatto del benessere del corpo della nazione un vero e proprio culto propagandistico. La grande maggioranza degli italiani era povera se confrontata all'oggi, e non stava meglio rispetto al periodo liberale. Il potere d'acquisto diminu a causa delle politiche monetarie, la disponibilit di beni di consumo si contrasse e divent pi cara per colpa delle politiche isolazionistiche e l'ostilit delle potenze capitalistiche. Il calo della disponibilit di beni fu generalizzato e diffuso anche a cibi e bevande: gli storici dell'economia Maria Sorrentino e Giovanni Vecchi, nell'inquadrare la parabola della lotta alla fame e alla cattiva nutrizione in Italia negli ultimi due secoli, arrivano ad affermare che "le politiche autarchiche e di cambio attuate dal regime fascista sono chiaramente correlate a una riduzione delle calorie in media disponibili agli italiani, il che si traduce in un aumento della quota di popolazione nutrita in modo inadeguato".161
Nel confronto tra l'Italia di ieri e quella di oggi poi, che ogni tanto viene sbandierato nelle discussioni in difesa del ventennio, il paragone  impietoso: oggi il reddito medio italiano  circa il 90% di un paese europeo avanzato come la Francia; negli anni trenta il reddito medio di un italiano era il 33% di quello francese e meno del 20% di quello inglese. E tutto questo senza contare che in questi due paesi, oltre al caff e al tabacco di importazione sugli scaffali, c'erano anche le libert civili, il diritto di voto, di sciopero e di manifestazione. Beni che, bench non facilmente monetizzabili, dovrebbero comunque essere messi nel conto quando si affrontano temi come il benessere di un popolo o si facciano paragoni alla "si stava meglio quando...".
Il duce femminista
Mussolini valorizz il ruolo della donna in Italia?
Sul rapporto tra il totalitarismo italiano e le donne sono nate molte false credenze. In generale il tipo di bufale su questo tema si basa sul presupposto che il fascismo fosse pi aperto nei confronti dei diritti femminili rispetto ai regimi che lo precedettero e seguirono.
Il richiamo ai presunti meriti del fascismo in questo campo di solito avviene davanti a polemiche riguardanti i molti problemi che la societ italiana ha ancora nell'affrontare le tematiche di genere. Per alcuni polemisti da social il duce sarebbe stato una parentesi felice per le donne e i loro diritti.
Partendo dal presupposto che purtroppo la questione femminile nel nostro paese in termini di salari, posizioni e riconoscimento,  lontana dall'essere risolta, la prima cosa da fare, per verificare quale sia stato l'impatto del regime sui diritti delle donne  capire che cosa si intenda, specie per una realt come quella italiana del primo Novecento, per condurre una politica a favore dell'uguaglianza di genere.
La condizione femminile in Italia nel primo ventennio del secolo scorso registr uno spartiacque costituito dalla Grande guerra. Gi prima del 1915 era presente anche in Italia un movimento organizzato che si batteva per il riconoscimento dei diritti elettorali attivi e passivi delle donne. Era per lo pi composto da esponenti colte dell'alta borghesia, che portavano avanti lotte non particolarmente sentite e diffuse in un paese che aveva problemi di altro tenore da affrontare, come l'industrializzazione, l'alfabetizzazione e la lotta alla povert. Come ricorda Giulia Galeotti nel suo Storia del voto alle donne in Italia, "le emancipazioniste italiane si caratterizzano, a grandi linee, per essere donne dell'establishment, di simpatie e di formazione mazziniana, in qualche modo legate a importanti personaggi dell'epoca".162 Non certo quindi un gruppo vasto e diffuso nella societ.
Durante lo sforzo bellico la necessit di rimpiazzare gli uomini chiamati al fronte port in primo piano la figura delle donne e mut irreversibilmente il loro ruolo nella societ: una volta entrate nelle fabbriche, nei servizi pubblici essenziali o trovatesi a capo di imprese agricole e aziende, le donne spezzarono, quantomeno nelle grandi citt e soprattutto al nord, il millenario esilio sociale che le vedeva spesso chiuse in casa, impegnate a gestire la vita domestica e a sovraintendere la crescita dei figli. La fine della guerra non avrebbe rinchiuso di nuovo le donne in casa.
Una delle molte questioni irrisolte che si lasci alle spalle il conflitto fu proprio il loro ricollocamento all'interno di un contesto che, finita l'emergenza, vedeva con fastidio l'indipendenza rivendicata dai movimenti femminili. Il fascismo, nato nelle turbolenze del primo dopoguerra, ebbe sicuramente una narrativa riguardante il mondo delle donne, non ignorando l'aumentato peso sociale e politico della loro rappresentanza. Questa visione ebbe un'evoluzione nel tempo e produsse nei fatti anche una specifica legislazione. Quali furono gli effetti di queste scelte e da cosa in realt fossero guidate  per un tema piuttosto complesso.
Il 14 maggio 1923 si apr proprio in Italia il nono Congresso della Federazione Internazionale Pro Suffragio, l'organizzazione internazionale che si batteva per l'estensione del diritto di voto alle donne. In quell'occasione Mussolini, in carica da pochi mesi, presenziando all'apertura dei lavori fece un discorso molto impegnativo, di carattere programmatico; egli "promette solennemente il voto per le italiane, affermando di sentirsi "autorizzato a dichiarare che, salvo avvenimenti imprevedibili, il governo fascista si impegna a concedere il voto a parecchie categorie di donne, cominciando dal campo amministrativo"".163 Un impegno solenne, che compromise il regime a portare avanti una politica di emancipazione.
Bisogna ammettere che, agli effetti, la promessa, almeno nei suoi presupposti, fu mantenuta. Il fascismo concesse il diritto di voto amministrativo alle donne il 22 novembre 1925.164 Ma quella che pare una conquista fondamentale fu in realt una clamorosa presa in giro. Per prima cosa si deve sottolineare che non fu concesso il suffragio universale. Per poter votare le donne dovevano aver compiuto 25 anni e possedere caratteristiche specifiche: potevano votare ad esempio madri e mogli di caduti per la patria, medagliate, che possedessero la patria podest e sapessero leggere e scrivere, che possedessero la licenza elementare o che avessero una quota di contribuzione erariale locale superiore alle 100 lire annue. L'insieme di questi paletti restrinse di molto la platea delle possibili elettrici, riservando a una minoranza di donne benestanti e istruite un diritto promesso all'intero corpo sociale femminile.
La legge venne pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 9 dicembre del 1925. Nello stesso momento per era gi in discussione in parlamento un progetto di riforma elettorale molto pi corposo e impattante sulla vita di tutti gli italiani: il 4 febbraio 1926 venne infatti approvata la riforma dell'assetto amministrativo di comuni e province.165 Con questo provvedimento si abol in blocco la figura delle cariche amministrative locali elette, accentrando la loro nomina nelle mani dell'esecutivo nazionale. La legge sul voto a un po' di donne, pubblicata solo due mesi prima, cessava di avere senso. Senza che mai nessuna donna avesse potuto esercitare questo diritto. In questo il fascismo per riusc a stabilire davvero un regime di parit: il voto amministrativo venne infatti tolto anche gli uomini.
Il diritto di voto alle donne venne effettivamente concesso in Italia solo nel febbraio 1945, quando il governo di unit nazionale presieduto da Bonomi lo garant a tutte le donne sopra ai 21 anni (escluse le prostitute che operavano fuori dalle case di tolleranza).166 Le donne votarono per la prima volta in Italia in alcune elezioni di carattere locale. L'anno successivo, nel marzo 1946, ebbero accesso all'elettorato passivo, poterono cio anche candidarsi ed essere elette.167 Il 2 giugno 1946 tutte le italiane vennero chiamate al voto per l'elezione dell'Assemblea Costituente e per il referendum per la scelta tra monarchia e repubblica.
Quella del voto alle donne fu quindi una delle molte promesse disattese dal regime fascista.

Voto a parte.
Pi in generale, il rapporto tra regime e sesso femminile fu quantomeno ambiguo: da un lato, la propaganda metteva accanto all'"italiano nuovo" vagheggiato da Mussolini la "nuova italiana", altra met del progetto di antropologia sociale sognato dal regime. Dall'altro, il fascismo, seguendo una linea di paternalismo e di maschilismo fortemente radicata nella societ, nel corso del tempo circoscrisse e limit sistematicamente lo spazio pubblico delle donne e la loro autonomia.
Una volta consolidato al potere, il duce si diede alla messa in pratica della propria teoria di grandezza e progresso della societ italiana, e in questo piano la donna ricopriva un ruolo piuttosto chiaro. Nella rivoluzione fascista le donne erano chiamate, soprattutto, a mettere al mondo nuovi italiani, preferibilmente maschi, per farne dei soldati. L'emarginazione della figura femminile dal contesto sociale si affiancava a un altro desiderio del regime, vale a dire la crescita quantitativa e qualitativa del popolo italiano. Le donne non potevano perdere tempo in cose da maschi, dovevano solo mettere al mondo figli e le attenzioni dedicate dal regime alla donna e a tutto il contesto famigliare erano strumentali e finalizzate a fare della donna non un soggetto sociale ma un oggetto della politica di potenza totalitaria. In virt del suo ruolo di procreatrice di nuovi giovani italiani (cio fascisti), la figura della donna si trasform sostanzialmente in quella di "fattrice", consolidando uno stereotipo gi incardinato nella societ italiana. Tutte le azioni concrete portate avanti dal regime in questo campo partirono dal presupposto che le donne erano "grembi", e non individui.
La prima legge organica fascista di rilievo sul tema, ad esempio,  quella che fonda l'Opera Nazionale Maternit e Infanzia.168 L'istituzione, che centralizz e armonizz gli interventi pubblici gi esistenti nel campo del sostegno a donne e minori, aveva al centro non la difesa della donna come individuo, ma l'atto di mettere al mondo figli. L'articolo 4 della legge esplicitava: "L'Opera Nazionale provvede, sia direttamente, sia per mezzo dei suoi organi provinciali e comunali, alla protezione delle gestanti e delle madri bisognose o abbandonate".169 La qualificazione non fu di genere, ma di funzione: "gestanti", "madri", non donne; allo stesso principio si rifanno le norme sulla tutela della maternit delle lavoratrici,170 da cui erano peraltro escluse le casalinghe e le donne che lavoravano a casa, la maggioranza cio della forza lavoro femminile dell'epoca.
Agli effetti, si pu dire quindi che fu questa la visione dominante della donna nell'immaginario fascista. Non diversa, in realt, dalla visione della donna che la tradizione cattolica patriarcale aveva scolpito nella societ italiana. Il fascismo in questo segu la linea di tendenza che vedeva la donna relegata a un ruolo subalterno nel contesto sociale. Una caratteristica specifica del fascismo fu per quella di riuscire a imbrigliare e neutralizzare il nascente movimento per i diritti delle donne in Italia, che se ancora nel 1928 ricordava a Mussolini le sue promesse disattese sulla parit elettorale attraverso una lettera aperta al duce da parte della Federazione Nazionale per il Suffragio e i Diritti Civili e Politici della Donna,171 gi negli anni trenta risultava muto e inattivo. Il generale restringimento delle libert civili degli italiani non lasci il minimo spazio alle specifiche rivendicazioni di genere.
Non vi furono solo leggi che tendevano a preservare il ruolo procreativo, ma anche tutta una serie di provvedimenti che cercarono di limitare la libert di azione della donna in quanto cittadina. Uno dei punti pi difficili del piano di attuazione della riduzione fascista della donna a semplice "incubatrice" fu quello di costringere le donne in casa. Strumento legislativo fondamentale a questo scopo fu la manipolazione del diritto del lavoro, per escludere da questo mondo le donne. La possibilit di avere un proprio stipendio e quindi una propria indipendenza erano infatti i maggiori ostacoli alla costruzione della gabbia casalinga in cui relegarle.
Per portare avanti questa manovra di distruzione delle aspirazioni femminili il fascismo procedette su due fronti: quello economico, espellendo progressivamente le donne dal mondo del lavoro e privandole quindi dell'indipendenza economica; e quello culturale, escludendole dal sistema dell'istruzione, sia come docenti sia come discenti e come personale amministrativo.
Si cominci con le scuole private paritarie, come quelle tenute da istituti religiosi o le scuole straniere in Italia: il regio decreto 1084 del giugno 1925172 stabil, all'art. 50, che in questi istituti "le donne non possono partecipare a concorsi per uffici direttivi".173
Appena un anno dopo, nel 1926, alle donne venne impedito di insegnare materie scientifiche negli istituti tecnici e lettere e filosofia nei licei.174 Una norma questa dal duplice valore discriminatorio: si escludevano le donne dalla possibilit di accedere all'insegnamento di materie, come lettere e filosofia al classico, che sarebbero diventate centrali con la riforma scolastica fascista di Giovanni Gentile. Si metteva in chiaro il fatto che mai una donna avrebbe potuto essere l'insegnante di riferimento per una classe, essendo escluse dalle materie caratterizzanti dei corsi di studio. Inoltre le si privava della possibilit di avere una carriera socialmente prestigiosa, sicura e ben remunerata, sottolineando al contempo che determinate materie, come quelle speculative, non potevano essere appannaggio del genere femminile. Si riserv solo a loro per,  bene dirlo, l'esclusivo incarico di "maestre giardiniere", materia di compendio negli istituti magistrali.
Il mondo del lavoro pubblico era tradizionalmente un bacino molto appetibile per il lavoro femminile, e anche quello su cui era pi facile incidere a livello legislativo. La funzione pubblica cominci quindi a essere vista come un luogo da cui espellere le donne, per lasciare posto ai maschi e chiudere il ventaglio di possibilit di fuga dal focolare.
Nel 1933 il fascismo acconsent allo svolgimento di concorsi per le amministrazioni pubbliche da cui potessero essere escluse le donne.175 Con questo provvedimento, discriminatorio perch rivolto a permettere limitazioni solo ed esclusivamente alla componente femminile (non era ovviamente citata la possibilit inversa, cio che fosse possibile tenere un concorso pubblico senza presenza maschile), venne tolta la possibilit agli enti pubblici di costituire luoghi di lavoro in cui alle donne fosse consentita effettiva parit di accesso. L'apparato statale, ma anche locale, si pot quindi maschilizzare senza impedimenti.
Nel 1934 si limit la presenza femminile negli organi di governo locali,176 nell'evidente convinzione che le donne non fossero adatte all'esercizio del governo e dell'amministrazione pubblica. Seguendo la parabola della legislazione misogina fascista, per, pare di capire che le donne italiane non si piegassero docilmente a questo tipo di esclusione. Nel 1938 si rese necessario varare una legge apposita che limitasse la percentuale massima di donne presenti negli uffici pubblici e nelle aziende private al 10% del totale della forza lavoro.177 Nel caso delle imprese ed enti con meno di 10 dipendenti, come ad esempio i piccoli comuni e le piccole aziende a esclusione delle imprese familiari, era fatto espresso divieto di avere personale femminile. Una legge particolarmente rigida e di difficile applicazione, che prevedeva il licenziamento di migliaia di impiegate specializzate, operaie e segretarie, bloccando del tutto l'accesso al mondo del lavoro per le giovani che stavano studiando per una carriera nei settori dell'industria e dei servizi pubblici e privati. Una vera e propria serrata, che portava con s molte conseguenze. Un riflesso delle politiche lavorative e della famiglia portate avanti dal regime fu ad esempio la perdita di valore sociale della preparazione e dello studio da parte delle ragazze. Studiare materie che non fossero inerenti la cura della casa e l'economia domestica divenne superfluo, e alle "nuove italiane" si richiese pi di essere bene educate che istruite.
Questi provvedimenti, evidentemente misogini, dimostrano come il fascismo, all'interno della sua retorica popolare, ritenesse la donna inferiore, inadatta a ricoprire incarichi di governo o amministrazione. Le donne vennero progressivamente e sistematicamente buttate fuori dalla vita attiva e dal mondo del lavoro in una maschilizzazione della societ che and di pari passo con la brutalizzazione del discorso pubblico. Il fascista ideale era giovane, forte e soprattutto maschio. La visione fascista della donna era quella di madre, moglie e, al limite, vedova. Il suo posto era la casa, in cui doveva essere rinchiusa per occuparsi solo delle faccende domestiche e dei figli.
Accanto alle leggi che cercavano di escludere la donna dalla vita pubblica vi furono poi una serie di norme che dovevano obbligarla in posizione di subalternit anche nella vita domestica. L'articolo 587 del nuovo Codice Penale, introdotto nel 1930, prevede le famigerate attenuanti per il cosiddetto delitto d'onore: "Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia,  punito con la reclusione da tre a sette anni".178 Questo passaggio, che sar poi cancellato dal nostro ordinamento solo nel 1981, sancisce due principi fondamentali: il concetto che l'onore fosse caratteristica prettamente maschile e che i confini della sua lecita difesa si estendessero alle familiari pi strette. Una donna "disonorata" disonorava pure l'uomo a lei pi vicino, e tale disonore poteva essere lavato col sangue contando sulla clemenza delle istituzioni.
Il secondo principio  che, nei fatti, la vita di una donna valeva meno di quella di un uomo. In un periodo in cui non esisteva l'istituto del divorzio, le attenuanti garantite da tale articolo furono una minaccia costante per le donne in cerca di indipendenza, che avessero cercato di costruirsi un proprio cammino di vita autonomo, magari accanto a un altro uomo. Un avallo implicito al femminicidio.
Dello stesso tenore l'articolo 544, in cui si normava il cosiddetto "matrimonio riparatore". Chiunque avesse commesso violenza sessuale nei confronti di una donna (anche minore), avrebbe visto il proprio reato estinto in caso di matrimonio con la stessa. Una legge che, oltre all'evidente inumanit di condannare una donna a stare accanto al proprio violentatore per tutta la vita, sanciva il fatto che in un matrimonio la volont della donna era totalmente superflua. Sulla stessa linea le definizioni dei reati di stupro e incesto, che venivano derubricati ad atti contro la morale, e non contro l'individuo. Anche questo articolo del Codice Penale venne abrogato solo nel 1981.179
A questo attacco alla figura femminile come indipendente e pari all'uomo, che per il fascismo non fu occasionale ma sistematico, andrebbe aggiunto un particolare peculiare del discorso pubblico dell'epoca, legato al concetto di fertilit, certo, ma che scivola nell'esuberanza sessuale. Sono noti i racconti, in parte veri e in parte no, della libert e della voracit sessuale di Mussolini. Infedelt conclamate, sbandierate addirittura, con cui il regime stesso alimentava il mito del duce "maschio".
L'immagine della donna del capo era duplice: da un lato l'ancella del focolare, rappresentata icasticamente da Rachele Guidi, che la propaganda fascista chiam quasi per antonomasia "donna Rachele". La moglie del duce, che gli diede cinque figli e che mand avanti la famiglia garantendo al marito una fedelt incondizionata e apparentemente incurante dei tradimenti manifesti.180 Dall'altro lato le amanti, alcune con figli illegittimi, ultima delle quali, quasi ufficializzata nel proprio ruolo di favorita, Clara Petacci, oggetto sessuale, ricordata col diminutivo di "Claretta", quasi fosse una bambina, perennemente minore agli occhi del duce e anche dell'opinione pubblica. Un bel trofeo per un uomo che si avviava alla vecchiaia. Altrettanto fedele al duce della moglie, condivise con Mussolini la fine violenta e la pubblica profanazione postuma. La tragica esposizione del suo cadavere accanto a quello del dittatore fu l'ultima immagine della donna fascista.

Il duce condottiero e statista.
Mussolini  stato un grande condottiero?
Anche se il militarismo fascista ha dato ampie prove della sua inconsistenza praticamente in tutti i teatri di guerra, c' ancora una parte dei fan postumi del regime che sostiene che il suo sistema bellico non fosse poi cos pessimo come i disastri in Africa, Asia, Europa orientale e occidentale fanno sospettare. Una delle marine da guerra pi grandi del mondo e un'aviazione che prima della guerra inanell una serie di record fanno a tutt'oggi dire a una certa parte degli odiatori dell'Internet che poi cos male le armi del duce non dovevano essere, e che comunque la colpa non poteva essere di Mussolini, ma dei subordinati che non seppero gestire la guerra.
Si potrebbero trovare molti modi per provare a capire se Mussolini ebbe mai le qualit del capo militare: in questo la propaganda del regime ha negli anni costruito un solido mito fatto di divise e parate scenografiche, che sembra aver legato per sempre la figura del duce a quella del capo militare, oltre che politico, del sistema fascista. Lo stesso termine, "duce", deriva dal latino dux, titolo d'onore riservato ai comandanti vittoriosi cos come ai grandi amministratori civili romani. Mentre si prova a capire che cosa si intenda con la definizione di "grande condottiero", si pu provare a inquadrare quale fosse il rapporto tra Mussolini e l'ambiente militare.
La prima presa di posizione sull'argomento il giovane Benito la ebbe gi a diciannove anni, quando emigr in Svizzera e disattese l'obbligo di leva nel regio esercito.181 L'agitatore socialista all'epoca si professava tutt'altro che guerrafondaio, ed evit di prestare quel servizio alla patria che una volta preso il potere consider sacro. Questa prima sincera fuga dal militarismo fu compensata in parte quando Mussolini per ragioni di opportunit decise di partire volontario per la Grande guerra: un gesto simbolico, che non gli fu richiesto e che lo port in trincea. Raggiunse il grado di caporal maggiore; tent poi il corso da ufficiale ma fu respinto. Rimase anche ferito, per lo scoppio accidentale di un mortaio182 e non in combattimento, ma questo comunque gli valse il congedo e la possibilit di fregiarsi del titolo di reduce combattente. Questa esperienza gli fu molto utile nell'ambiente postbellico per accreditarsi nei circoli di reduci e arditi, la base dello squadrismo. Un'evoluzione piuttosto ampia, quasi una giravolta rispetto alle prime idee socialiste, che testimonia la complessit del rapporto tra il futuro duce e gli affari militari.
L'attenzione di chi sui social inneggia ai fasti militari del fascismo si concentra sulle presunte vittorie della macchina bellica fascista, sostenendo che il ventennio fu un periodo di gloria per le armi italiane. Non  bastata la conduzione colpevolmente fallimentare della seconda guerra mondiale per togliere al fascismo l'aura di movimento militare capace e organizzato. Per vent'anni l'intento del regime fu quello di plasmare il popolo italiano secondo i dettami della forza e della virilit guerriera, e le pratiche di indottrinamento e la retorica hanno lasciato un solco profondo nell'immaginario del periodo: ancora oggi  difficile immaginare il fascismo senza il contorno di armi, divise e passo cadenzato. Per capire quanto di questo spirito militare sia stato sincero o artefatto e quanta responsabilit di questa immagine vada data al condottiero Mussolini o non piuttosto al suo apparato di propaganda, potrebbe essere utile ripercorrere alcuni episodi delle avventure militari fasciste.
Il primo banco di prova di questa volont di potenza fu la Libia: strappata all'Impero ottomano gi nel 1911 sotto uno dei tanti governi Giolitti, la colonia italiana era nei primi anni venti ancora un territorio da "pacificare": solo la stretta fascia costiera e i principali porti erano in mano italiana, mentre l'entroterra era ancora controllato dalle popolazioni arabe e berbere. Anche in questo caso l'opportunit offerta alla propaganda fascista fu davvero ghiotta: appena occupato il potere, il regime decise di fare della Libia il simbolo della nascita di un nuovo modo di intendere il ruolo del governo nel plasmare i corpi e le menti dei cittadini: "Per Mussolini l'"italiano nuovo" significava soprattutto un soldato nuovo, pi tenace, pi aggressivo, persino pi crudele, che si inserisse degnamente nel mito della romanit e che facesse dimenticare le mediocri o pessime prestazioni di cui aveva dato prova negli anni l'Italietta".183
Fu quindi all'insegna di un nuovo modo di condurre la guerra - aggressivo, feroce - che il fascismo intraprese la cosiddetta riconquista della Libia. In pi ondate, i soldati italiani si spinsero nel territorio desertico che circondava le citt della costa cercando di imporre la supremazia delle armi fasciste. La lotta era evidentemente impari: mitragliatrici, aerei e mezzi a motore contro le bande di guerriglieri del deserto armati molto sommariamente, per lo pi di vecchi fucili. La propaganda del regime non manc di ammantare di romantico senso di esotica conquista quello che agli effetti fu un tentativo di genocidio delle popolazioni del deserto. Si parler in un altro capitolo degli effetti sulla popolazione di questa campagna militare. Qui  sufficiente notare come la guerra alle bande di guerriglieri isolati e disorganizzati si protrasse per quasi una decina d'anni e fu dichiarata conclusa solo nel 1931, e solo al prezzo di violenze e soprusi sulla popolazione civile. Non esattamente un esempio di efficienza e capacit guerriera per le armi italiane, ma piuttosto una dimostrazione di quanto poco avveduta e pensata fosse all'epoca la politica coloniale del paese. Tra l'altro pacificazione e normalizzazione del controllo territoriale non coincisero: molte zone rimasero sotto sostanziale occupazione militare per tutto il periodo coloniale.
Sorte ancora pi particolare ebbe l'opera di pacificazione in Somalia, territorio di cui gli italiani si erano impadroniti alla fine dell'Ottocento: la colonia, che non aveva mai dato particolari problemi e che viveva in un clima di sostanziale equilibrio tra gli interessi dei concessionari agricoli italiani e le spinte di autonomia dei sultanati locali, fu messa a ferro e fuoco nel quinquennio di permanenza del quadrumviro Cesare de Vecchi (1923-1928).184 Una sorta di guerriglia portata avanti in stile squadrista, che cost cara alle casse dello Stato e al contempo inimic agli italiani le popolazioni residenti, e che ebbe come unico scopo quello di far guadagnare fama di condottiero al gerarca torinese. I personalismi e il pressappochismo caratterizzarono tutte le avventure militari fasciste.
Quando nel 1935 il fascismo decise di intraprendere quella che poi rimase l'impresa di maggior valore propagandistico, vale a dire la conquista dell'Etiopia, la guerra venne portata avanti con un impiego di mezzi incredibilmente elevato. L'investimento in immagine era altissimo, si voleva "una grande affermazione di prestigio da cogliere subito"185 e i vertici del fascismo erano ben consci dei rischi di veder mancare l'obiettivo della conquista di un impero - quello etiope - che era stato dipinto come una sorta di relitto barbarico che si opponeva alla rinata civilt di Roma. Furono circa 330000 i militari mandati a combattere in Etiopia nel 1935, cifra che sal fino a 560000 durante la guerra, con l'invio sul campo di tre milioni di tonnellate di armamenti e materiali.186 Le casse dello Stato vennero prosciugate per fornire alle truppe tutte le tecnologie belliche disponibili, comprese le armi chimiche come l'iprite e le arsine.187
Molti gerarchi partirono per quell'avventura che sembrava promettere facili glorie: si imbarcarono nella guerra anche Bruno e Vittorio Mussolini, figli del duce, e Galeazzo Ciano, suo genero. Tutti e tre, peraltro, fecero la campagna nell'aviazione, sui bombardieri: un modo pi sicuro di altri di fare la guerra contro un paese totalmente privo di velivoli e armi contraeree.188 Nel corso dei sette mesi di campagna militare vera e propria vennero violate sistematicamente le norme della convenzione di Ginevra sui civili e suoi prigionieri di guerra e si applic la teoria del terrore sulle popolazioni. Non solo, ma per impedire che le strutture internazionali dessero aiuto agli etiopi o testimoniassero le atrocit italiane, venne addirittura - per la prima volta nella storia - bombardata anche la Croce Rossa.189
La fretta di proclamare la vittoria port a dichiarare conclusa la campagna con la conquista della capitale etiopica, Addis Abeba, anche se una gran parte del territorio rimaneva fuori dal controllo italiano. In realt non si ebbe mai l'assoggettamento di tutto l'impero del Negus, e il potere italiano si ferm l dove stazionavano le armi italiane.190 Cominci cos un'occupazione feroce e costosa, che prese i connotati della guerriglia con l'arrivo del maresciallo Rodolfo Graziani, che applic il terrore anche alla "pacificazione" di quelle popolazioni.
Graziani era il prodotto pi eclatante dell'apparato militare fascista: ufficiale superiore ai tempi della marcia su Roma, si affrett a giurare fedelt al fascismo quando fu chiaro che avrebbe conquistato il potere.191 Si distinse, oltre che per la propria ferocia, anche per una certa abilit nel districarsi tra le beghe politiche per rimanere aggrappato al potere. Fu il principale responsabile dei massacri compiuti dagli italiani nelle colonie negli anni trenta. Pass alla Repubblica sociale nel 1943 e a fine guerra Libia e Etiopia chiesero invano la sua estradizione come criminale di guerra.
Per quanto riguarda l'altra avventura militare italiana degli anni trenta, la guerra civile in Spagna, quello che doveva essere un appoggio esterno al generale golpista Franco divenne in breve tempo un impegno militare vero e proprio. Ai contingenti di camicie nere volontarie vennero prima accorpati gruppi di soldati "volontarizzati", inquadrati in formazioni nominalmente indipendenti ma guidate da ufficiali del regio esercito.192 Quando lo sforzo si protrasse oltre quelli che erano i limiti pensati dal regime, per non perdere la faccia Mussolini si vide costretto a impiegare le truppe regolari, iniziando una vera e propria campagna accanto ai golpisti spagnoli. Anche in questo caso le truppe fasciste si trovarono di fronte avversari peggio armati e con meno rifornimenti, tuttavia non mancarono le sconfitte sul campo. Molto significativa per il morale fu quella che le truppe fasciste subirono a Guadalajara, l'8 marzo del 1937. Quattro divisioni armate di tutto punto, 40000 uomini che rappresentavano il meglio che potesse schierare l'ideologia al potere, furono malamente battuti dai repubblicani. Ad aggravare lo smacco contribu il fatto che i fascisti italiani vennero fermati dal battaglione Garibaldi, formato da antifascisti italiani che erano andati in Spagna a difendere la repubblica. Come sottolinea Angelo Del Boca fu un colpo molto duro per Mussolini: "Non soltanto i suoi "nuovi italiani" forgiati dal regime erano stati clamorosamente battuti, ma lo erano stati da altri italiani, che non avevano frequentato il sabato fascista".193
Maggiori fortune ebbe l'aviazione, che una volta distrutta la debole aeronautica repubblicana, grazie all'aiuto tedesco, si mise ad applicare le tecniche di terrore gi provate in Libia, Somalia ed Etiopia. Le citt repubblicane furono bombardate col preciso intento di seminare il panico nelle retrovie del fronte antifascista, trascurando gli obiettivi militari per concentrarsi su quelli civili. Il pi eclatante, per il numero di morti (quasi un migliaio) e per le reazioni di sdegno internazionale, fu il raid, durato tre giorni, ordinato direttamente da Mussolini su Barcellona, dal 16 al 18 marzo 1938, che caus, a seconda dei resoconti, dai seicento ai milletrecento morti civili.194 L'aviazione fascista prese parte anche al tristemente celebre bombardamento della cittadina basca di Guernica, che fece pi di duecento morti tra la popolazione e ispir il capolavoro di Pablo Picasso.
La Spagna venne raccontata, cos come ogni altra impresa del regime, come una vittoria di prestigio, anche se fu un enorme buco nel bilancio statale e una macchia per quello che una volta si sarebbe chiamato "onore delle armi italiane".
Le cose non andarono meglio con il precipitare della situazione europea. Mentre l'ingombrante alleato di Mussolini, la Germania nazista, mieteva successi internazionali e si annetteva nuovi territori, all'Italia fascista, con un'economia zoppicante e le forze militari esauste e disperse in pi teatri di guerra, risult complesso persino il colpo di mano con cui si procedette all'occupazione dell'Albania (7-12 aprile 1939), che pure era gi praticamente un protettorato italiano e in cui una fetta dell'establishment del paese aveva intenzione di favorire l'annessione.
Quando scoppi la seconda guerra mondiale lo stato di esaurimento delle forze armate era tale che Mussolini, a malincuore, dovette rinunciare a entrare da subito in guerra accanto alla Germania. Con l'invasione della Polonia da parte della Wehrmacht, il duce fu costretto a proclamare una neutralit di facciata, definita, con un neologismo ad hoc, "non belligeranza". In pratica il regime che per vent'anni aveva detto di attendere con ansia il decisivo scontro di civilt tra la nuova ideologia fascista e le vecchie democrazie liberali si trov a dover ammettere nel momento fatidico di non essere preparato.
Erano stati trascurati troppi aspetti organizzativi, e si fecero molte, troppe scelte sbagliate. La marina, ad esempio, che assorb una fetta consistente del bilancio militare fascista, per espressa volont del duce si concentr sulla costruzione di enormi corazzate. Navi prestigiose, dalla potenza di fuoco smisurata; un ottimo simbolo propagandistico di potenza militare e tecnologica. Anche se all'epoca era gi diffusa la convinzione che in mare il futuro degli scontri navali si sarebbe risolto grazie all'impiego degli aerei, la marina italiana, seguendo la volont del duce, rimase fedele alle teorie navali ottocentesche. Mentre il resto dei paesi con grandi flotte militari costruiva portaerei, l'Italia spese quantit di denaro enormi per navi obsolete, che tra l'altro consumavano troppo per una nazione senza petrolio ed erano troppo preziose per essere "sprecate" per fare quello che poi fu effettivamente l'unico compito della marina per tutta la seconda guerra mondiale: cercare di garantire i rifornimenti alla Libia.
L'apparato militare era esausto, ma anche mal guidato. Aver condotto per vent'anni una politica clientelare, piazzando nei posti di potere individui il cui solo merito era la cieca fedelt, port ad avere in posizioni chiave persone incapaci o alla meglio inesperte. Anche gli armamenti erano obsoleti e di scarsissima qualit a causa della corruzione diffusa attorno all'affare delle forniture belliche.195
La fretta di Hitler poi precipit il tutto: solo una lettura davvero imbarazzante della situazione geopolitica internazionale port Mussolini a schierare un paese che sapeva impreparato dalla parte di quello che sembrava in quel momento il vincitore. Un atteggiamento deprecabile e in pi controproducente. Dalla dichiarazione di guerra del 1940 in poi fu tutto un rincorrere un prestigio che sfuggiva e un tentare di riparare a umiliazioni sempre pi cocenti.196 La brevissima campagna di Francia, portata avanti contro un nemico gi sconfitto, diede subito la misura dell'impreparazione e dell'incapacit dei comandi italiani. In pochi giorni di guerra gli italiani non riuscirono a sfondare il fronte ed ebbero 1258 morti, i francesi appena 20.197
Esempio emblematico del modo di pensare alla guerra del "condottiero" Mussolini fu il tentativo di portare avanti una "guerra parallela" a quella dei tedeschi, con l'apertura del fronte balcanico. L'aggressione alla Grecia (28 ottobre 1940 - 23 aprile 1941) fu dovuta alla volont del regime di imporre una propria iniziativa militare che potesse dimostrare capacit offensive autonome rispetto all'alleato tedesco. Fu un fiasco colossale, che di fatto mise fine alle pretese italiane di fare la guerra senza i tedeschi. Preparata in fretta e male, senza uno scopo se non quello di accumulare vittorie sul campo, la campagna di Grecia dimostr quanto poco credibili fossero i proclami del fascismo sulla forza militare italiana. Quest'ultima era gi stata messa in difficolt durante prove che sulla carta dovevano essere di facile soluzione, come quelle in Etiopia contro un esercito considerato primitivo e in Spagna contro le forze spesso composte da combattenti volontari dei repubblicani. Quando si tratt di confrontarsi con un esercito regolare, bench di modesta entit, come quello greco, la struttura offensiva fascista fu umiliata: la catena di comando si mostr inadeguata, i quadri intermedi confusi, i soldati demotivati e malissimo equipaggiati. Venti anni di fascismo non avevano affatto costruito un nuovo spirito guerriero negli italiani, che alla prova dei fatti si dimostrarono indegni di una tradizione militare che bene o male aveva vinto la Grande guerra.
La conduzione del conflitto ebbe poi una serie di paradossali inciampi che sconfinarono nell'ingenuit: ad esempio, dopo aver passato anni a impiccare berberi e arabi per aver ragione della loro resistenza, in piena guerra Mussolini prov a chiamare i musulmani alla guerra santa contro gli inglesi in Nord Africa, ricevendone in cambio sarcasmo e agguati sulle piste carovaniere.
Sbagliate furono anche le scelte di carattere strategico: insistere a voler combattere una guerra contro i sovietici con un intero corpo d'armata, anche se lo stesso alto comando tedesco aveva declinato l'offerta di un corpo di spedizione italiano, ne fu un esempio lampante. La forza di attacco italiana inviata in Russia fu distolta da altri fronti di guerra ben pi vicini198 e mandata allo sbaraglio senza materiali adeguati.199 Quella che doveva essere la "gloriosa crociata antibolscevica" fu un vergognoso massacro.
Di questo disastro il duce pu essere considerato uno dei principali responsabili: non si tratt solo di una colpevole incuria negli approvvigionamenti o nella scelta di gerarchie militari inette, che pure ci furono. Mussolini dichiar pi volte di contare su una rivoluzione antropologica che avrebbe dovuto trasformare il popolo italiano in un popolo di guerrieri e conquistatori. Un concetto di per s piuttosto umiliante per una societ vista solo come massa da plasmare, e che comunque ai fatti non funzion. Gli italiani non compresero il senso della guerra fascista, se mai ce ne fu uno, e di questo il duce si lament pi volte ferocemente. Quando i fallimenti divennero evidenti e non mascherabili, la reazione del capo del regime fu quella di ritenere gli italiani un popolo di deboli, indegni del destino che lui aveva apparecchiato per loro. Una lettura ingenerosa, visto il modo in cui Mussolini aveva "preparato il futuro" al suo popolo, e soprattutto autoassolutoria.
Se il compito storico del condottiero, del "duce", era quello di condurre il proprio popolo preparandolo alle sfide e alla grandezza, come vagheggiato dalle iperboli fasciste che tutt'oggi sono la base di una certa narrativa nostalgica dei tempi in cui "l'Italia era rispettata", Mussolini e il fascismo non fecero nulla di tutto ci: l'Italia che affrontava la seconda guerra mondiale aveva un tessuto sociale logorato dalla politica di potenza che non aveva portato vantaggi tangibili, un apparato economico e militare impreparato allo scontro e gi esausto per le troppe avventure azzardate e soprattutto non comprendeva le motivazioni con cui si era scesi in guerra. Il dissolversi cos repentino di un regime ventennale nell'estate del 1943 pu essere spiegato anche come la grande disillusione di fronte a un sistema narrativo di cartapesta che aveva retto per una generazione solo perch troppo pochi avevano avuto il coraggio di dire che il re, anzi, il duce, era nudo.

Il duce umanitario.
Mussolini fu un dittatore "buono"?
Tra le principali storture nella percezione del regime fascista e della stessa immagine di Mussolini c' quella di considerare il fascismo un totalitarismo "dal volto umano".
Un'affermazione particolarmente difficile da analizzare perch implica la presa in considerazione di una serie di elementi tra loro diversi. La maggior parte delle osservazioni potrebbe arenarsi gi di fronte al fatto che il fascismo si adoper a comprimere coscientemente le libert civili degli italiani: libert di pensiero, di espressione, di associazione, di movimento, furono tutte sistematicamente perseguitate. Privazioni che vennero giustificate con la necessit di rinsaldare la nuova struttura dello Stato ma che vennero poi definitivamente abolite anche quando il governo Mussolini era ormai una realt decennale. C' comunque chi per convinzione o per amore di polemica giudica questo tipo di limitazioni non sufficienti a emettere una condanna definitiva del ventennio. Nel discorso sul giudizio di questo periodo di storia italiana si arriva spesso a impostare l'argomento facendo un confronto tra il regime fascista e gli altri totalitarismi contemporanei. Insomma, paragonato a Hitler, ad esempio, Mussolini pare fosse sicuramente pi buono. Sono molti i motivi di questa visione consolidata, non solo nel campo revisionista ma anche pi in generale nella societ italiana. In pochi tutt'oggi sono disposti a paragonare il ventennio fascista ai dieci anni di terrore nazista. Il fenomeno autoassolutorio  atteggiamento tipicamente italiano e fu causato da una mancata riflessione nel dopoguerra su cosa fosse stato realmente il fascismo. Fu portato avanti il mito degli "italiani brava gente", ancora adesso duro a morire, e il movimento di resistenza partigiana 1943-45 bast a ripulire la memoria degli italiani dal fatto che per vent'anni il regime fascista ebbe il consenso di una gran parte della popolazione.
La Germania postbellica fu costretta dagli alleati a fare i conti con il nazismo, magari trovando soluzioni narrative di comodo e dando a un consenso di massa l'ombra del grande inganno o dell'incantesimo operato dal Fhrer. Il processo di "denazificazione" fu voluto e portato avanti dagli alleati e, anche se i risultati furono in molti casi deludenti, il dibattito sulla responsabilit della societ tedesca fu avviato ed  tuttora in corso. Un analogo processo di "defascistizzazione" invece non ebbe mai luogo in Italia. Accettare che un intero ventennio di storia del paese fosse stato un grande errore storico che aveva prodotto lutti e distruzioni era troppo per una generazione di individui che, pur nati e cresciuti nel fascismo, dopo le tragedie della guerra avevano la necessit di voltare pagina e ricostruire da zero non solo una nazione, ma anche il senso di appartenenza a una comunit.
La scelta di comodo fu quindi quella di addossare sugli alleati tedeschi e sul nazismo la gran parte degli orrori del conflitto e anche delle cause che lo scatenarono. Per molti il confronto tra fascismo e nazionalsocialismo faceva sembrare il primo una sorta di versione annacquata del secondo. Tutt'al pi si faceva, e si fa ancor oggi, scivolare nel ridicolo alcuni comportamenti della dittatura italiana, facendola apparire quasi caricaturale, da operetta. Lo stesso termine "nazifascismo", nato per definire il regime mussoliniano dal 1943 al 1945, che identifica come un concetto unico il fascismo repubblichino e il nazismo, lascia aperta un'interpretazione non dichiarata ma molto attraente: se dal 1943 in poi c' bisogno di un termine nuovo per definire l'ultimo fascismo - quello delle stragi di italiani e delle deportazioni -, questa scelta semantica significher ovviamente che prima di questo "fascismo cattivo" in Italia ve ne fosse stato uno meno cruento, un "fascismo buono", dunque. Un racconto edulcorato che nel tempo, a causa anche del tramonto della retorica repubblicana dell'Italia moderna "rinata" con la Resistenza e l'antifascismo, ha preso sempre pi piede, al punto da arrivare a far passare nel linguaggio della politica le violenze fasciste per "una vacanza".200
Una vera condanna del fascismo italiano quindi oggi pare non esserci, tanto pi che le manifestazioni esteriori del revisionismo fascista vengono passate anche a livello giuridico come atti di "commemorazione".201
Questo sconto di pena morale ha dato vita a pi di una leggenda e a molti meccanismi autoassolutori. Potrebbe essere quindi utile esaminare nel dettaglio quali furono, in determinati campi, i modi di agire di Mussolini e del fascismo, per meglio comprendere quanta reale "bont" sia stato in grado di esprimere il primo totalitarismo del XX secolo.
Mussolini era razzista?
Tra le molte leggende che circolano sulla bont del fascismo, una in particolare ha la funzione di stornare l'accusa di razzismo: la dittatura non sarebbe stata razzista, e provvedimenti quali le leggi razziali del 1938 sarebbero solo un cedimento alla volont dell'alleato germanico: un corpo di leggi imposte da Hitler, quindi, che il governo fascista non applic se non in misura molto blanda. Una parte della vulgata revisionista ha sostenuto negli anni che il duce in realt abbia addirittura aiutato gli ebrei a sfuggire alle grinfie naziste. Per confutare questa lettura e per meglio inquadrare il rapporto tra i fascisti e il razzismo bisogna risalire all'ambiente culturale in cui il fascismo nacque e si svilupp.

Il razzismo italiano prima di Mussolini.
In primo luogo bisogna ricordare che anche il mondo dal quale scatur il pensiero fascista era genuinamente razzista, almeno nella misura in cui razziste si rivelarono tutte le societ che sostennero o non boicottarono il colonialismo dei propri Stati: i paesi con una politica coloniale svilupparono coscientemente, o anche solo come corollario alla propria azione geopolitica, una mentalit di dominio razziale per legittimarsi.
Il pensiero di differenze innate o naturali tra i vari popoli della terra era stato sancito dall'ordinamento normativo italiano da molto prima del 1922: le norme che strutturavano l'amministrazione giudiziaria delle colonie erano palesemente discriminatorie nei confronti dei cosiddetti indigeni, in Italia come in tutte le altre potenze europee. Nel regio decreto del 1902,202 che segnava la nascita del sistema giudiziario eritreo, ad esempio, si sanciva che i tribunali di giustizia locale non avevano giurisdizione sugli italiani di colonia e che in caso di diatribe tra italiani o "assimilati" e coloniali, il giudice doveva comunque essere italiano. La dicitura "assimilati" era poi particolarmente indicativa, perch in sostanza comprendeva tutti i bianchi europei presenti sul territorio della colonia. Un razzismo occidentale, radicato e legato a doppio filo al concetto espresso da Kipling quando parla del "fardello dell'uomo bianco":203 i bianchi in colonia costituivano, indipendentemente dalla loro provenienza, una comunit unica, accomunata dai privilegi e dai doveri provenienti dall'essere una "razza superiore". Due diverse legislazioni erano necessarie, perch in fondo non si poteva pretendere che i nativi riuscissero a rispettare le stesse leggi codificate per gli europei. Come riporta seccamente lo storico Luciano Martone, "il selvaggio - ritenevano i sostenitori del codice speciale - delinque sospinto da motivi che rientrano nell'orbita di credenze, di fanatismi e di pregiudizi etnici, acquisiti ereditariamente dal suo complesso sociale".204 Convinzione non solo dei legislatori, ma anche di gran parte della societ italiana del tempo.
Per questo  inutile discutere sul possibile razzismo di fondo dei fascisti degli anni venti, perch era una concezione diffusa piuttosto uniformemente in tutti gli strati sociali dell'Italia del tempo. Quello che semmai pu differenziare il razzismo popolare da quello specificamente fascista  la costruzione del mito della razza italiana. Una mania tutta mussoliniana che pare derivare da un misto di letture classiche e moderne. Di "razza latina", contrapposta alla anglosassone, Mussolini parl pubblicamente ancor prima della fondazione del movimento fascista. In un comizio a Bologna il 19 maggio del 1918, quando ancora era solo uno dei tanti che cercavano di spendere politicamente il fermento di idee creato dalla guerra ancora in corso, cit lo scrittore Herbert G. Wells, parlando delle caratteristiche della razza dei latini che "sentono la bellezza dell'audacia personale, il fascino del rischio, hanno il gusto dell'avventura".205 Per il Mussolini semplice agitatore politico erano gi visibili i tratti che definivano il concetto di razza applicato dalla geopolitica. Caratteristiche predefinite dalla genetica e in parte dal clima, che implicavano una predestinazione nel modo di stare al mondo e di combattere.
Che la razza e le razze siano un tema centrale nel pensiero mussoliniano lo si coglie dall'uso stesso, mai casuale, del termine. Lo storico Emilio Gentile a questo proposito ricorda: "Mussolini riteneva che "la razza  un fatto duro come il granito", come scriveva il 1 febbraio 1921, e questo fatto rendeva l'internazionalismo "una favola assurda", perch le "masse profonde non superano, n possono superare - ed  somma fortuna - il dato insopprimibile della razza e della nazione"".206
Nel suo primo discorso alla Camera, il 21 giugno 1921, defin la provincia dell'Alto Adige, di fresca acquisizione italiana, "una regione mistilingue dove il contrasto delle razze  antico e acerbissimo".207 Ancora una volta il tema delle differenze razziali era il perno di un ragionamento sul territorio e sul modo di abitarlo. Razze diverse e quindi inconciliabili erano in questo caso, ancora una volta, la latina e la "nordica".
Col tempo il problema della razza si and affinando nella retorica del futuro duce, inquadrandosi sempre pi chiaramente e aggiornandosi con nuovi elementi. A questo approccio pseudoscientifico, infatti, si and a sommare l'esperienza dell'odio per il nemico incarnato dalla propaganda bellica. L'odio per un diverso che non andava semplicemente sconfitto, ma annientato, fu il portato dei lunghi anni di guerra di trincea, col nemico invisibile da distruggere coi bombardamenti, le mitragliatrici e i gas. L'irriducibilit dell'altro, che si trasform in volont di sterminio, corse in parallelo all'elevazione a vera e propria religione del maggior oggetto di retorica guerresca di allora, la patria. Fu in trincea che nacque quello che ancora Emilio Gentile definisce "mito dell'italianismo, cio la fede in un nuovo primato dell'Italia, la fusione fra radicalismo di destra e radicalismo di sinistra, preparando il terreno per la nuova sintesi fascista".208 Sempre dalla trincea il fascismo mutu l'idea di essere l'unico fenomeno in grado di rappresentare fisicamente questo "italianismo", e che chi vi si opponeva fosse antropologicamente diverso: "Per il fascismo infatti, gli avversari politici erano visti come tipi umani antropologicamente incompatibili con la nuova Italia sorta dalla guerra. Gli antifascisti erano esseri umanamente spregevoli, violenti per vilt, avidi solo di beni materiali; essi rinnegavano la patria e per ci stesso non erano pi italiani, erano anzi antiitaliani da perseguitare ed eliminare".209
L'odio  il centro del pensiero di quello che si potrebbe definire "fascismo da strada": quello alimentato dalle violenze di piazza degli anni del primo dopoguerra, in cui allo squadrismo vero e proprio si saldavano elementi di paura della diversit tipici del contesto militare della Grande guerra. Il fascismo delle origini proclamava la morte dei propri nemici, ad esempio i socialisti, "in quanto socialisti", cio persone irrecuperabilmente diverse e pertanto degne di essere distrutte. Gli squadristi non si tirarono indietro dallo sparare e gettare bombe sui cortei degli operai, anche se c'erano donne e bambini.210 Perch la feccia dei rossi era una massa indistinta di nemici. Parole dure, in tutto e per tutto uguali a quelle che riservava nello stesso periodo Hitler agli ebrei. Questa violenza di fondo, che non era uno strumento estremo di lotta, ma l'essenza stessa della politica del fascismo come movimento, rese gli scontri di piazza degli anni 1921-22 particolarmente violenti. Gaetano Salvemini ricorda che furono circa tremila le persone uccise dagli squadristi solo in questi due anni.211 Il fascismo crebbe come movimento distinguendo fin da subito chi era degno di essere italiano da chi no: dopo i socialisti, una volta giunti al potere, si pass ai liberali e alla borghesia progressista. Per la prima volta nella storia si teorizz a livello governativo il nemico dello Stato e ci si adoper per estirparlo.
La retorica fascista, fin dai suoi primi passi, dichiarava che la missione secolare del movimento era quella di costruire un "uomo nuovo": "Mussolini e i fascisti si consideravano un'avanguardia di italiani nuovi, che avevano l'ambizione di attuare una rivoluzione antropologica per forgiare una nuova razza italiana di dominatori, di conquistatori e di creatori di civilt".212.

Al potere contro i diversi.
Proprio come il nazismo condens nella definizione di Staatsfeinde, "nemici dello Stato", il proprio razzismo violento, in cui gli ebrei erano una componente predominante (ma a cui per andavano sommati comunisti, omosessuali, testimoni di Geova, asociali ecc.), cos la retorica fascista in primis dello stesso Mussolini costru un'efficace "retorica del nemico" nei confronti di tutti gli oppositori e i diversi. Il primo obiettivo della violenza furono i portatori di differenze politiche, ma fin da subito si pass a quelle sociali e, una volta arrivati al potere, a quelle etniche.
I massacri indiscriminati per "pacificare" la colonia di Libia furono il primo esempio di come il fascismo intendesse trattare chi non sottostava alla retorica della patria fascista. L'utilizzo di gas contro i civili, i bombardamenti terroristici, le decimazioni, sono tutti crimini perpetrati nella logica razzista secondo cui un intero popolo era colpevole, per nascita, di determinati fatti. A capo della repressione, chiamata "riconquista", fu messo Rodolfo Graziani, che durante la sua permanenza in territorio libico si guadagn il significativo appellativo di "macellaio degli arabi".213 L'opera di "pacificazione" venne portata avanti con ogni mezzo: uno dei pi efferati fu la deportazione di intere popolazioni dalle zone dell'entroterra in campi di concentramento vicino alla costa, in modo da privare i combattenti libici dei loro appoggi tra la popolazione. Si fece la guerra ai berberi come popolazione, senza distinguere tra civili e combattenti partigiani, e nemmeno tra abili alle armi o meno: le deportazioni e le stragi riguardarono donne, bambini e vecchi, indistintamente. Era gi operativo e attivo alla fine degli anni venti il protocollo di azione che poi verr applicato nelle stragi fasciste del centro e nord Italia durante la guerra di Liberazione. Per la Libia fu lo stesso Graziani a dare le cifre di questo crimine. Nei Lager allestiti vicino alle piazzeforti italiane furono rinchiuse non meno di centomila persone;214 ne tornarono a casa, una volta smantellati i campi nel 1933, meno di 60000.215
Per Giorgio Rochat, "la deportazione delle genti del Gebel e la loro successiva falcidie costituiscono forse il crimine pi grave del colonialismo italiano".216 Stando ai dati dei censimenti italiani, se la popolazione libica nel 1921 si attestava attorno alle 570000 persone, nel 1931 era calata a 512000. 58000 persone, il 10% della popolazione, tra deportazioni, uccisioni di massa e migrazioni forzate, mancavano all'appello.
Basterebbe questo primo approccio per minare il mito della "bont" del duce e dei suoi gerarchi. In realt per quello che per il piano libico potrebbe essere spiegato come un violento tentativo di pacificare una colonia ribelle da pi di un decennio, si rivela poi nei fatti una costante del modo di operare del regime. Il fascismo "di frontiera" applic sistematicamente i metodi dell'annientamento culturale per distruggere le etnie nemiche: nel Sudtirolo come nel litorale adriatico orientale venne imposto con la violenza l'uso di lingua e usi italiani in territori misti, in cui la compresenza di pi realt aveva dato luogo a una cultura peculiare, di confine. La violenza dell'assorbimento etnico scaturiva da un odio puramente razzista, in cui i metodi di contrasto al "diverso" furono quelli del genocidio. Per le popolazioni di lingua tedesca dell'Alto Adige, che avevano nella Germania hitleriana un protettore pericoloso, si mise in pratica un piano di deportazioni; per sloveni e croati, che non godevano dei benefici di un patrono attento, si aprirono durante la guerra le porte dei campi di concentramento e si avviarono le pratiche di uno sterminio di massa.217 Alcuni storici calcolano che nel solo campo di concentramento di Arbe, aperto nel 1942, in poco pi di un anno sotto regime italiano furono imprigionati 35000 sloveni.218 Altri, come lo storico Filippo Focardi, stimano l'impatto delle deportazioni di civili sloveni a 25000 persone per il periodo di occupazione militare. Calcolando che nella regione vi erano censiti 330000 abitanti, si tratterebbe comunque dell'8% dell'intera popolazione slovena.219 I metodi della cosiddetta "pacificazione", anche qui, furono quindi quelli della deportazione e dell'eccidio. Non per nulla alcuni storici parlano di "impostazione coloniale" data all'invasione jugoslava da parte dei fascisti.220
Le "leggi razziste" prima delle "leggi razziali"
La legislazione seguiva ovviamente questo modo di interpretare il mondo: ben prima del 1938 le leggi del fascismo furono razziste: come si  visto il Codice Coloniale per l'Eritrea, che divenne poi la base per tutta la legislazione dei possedimenti italiani, era gi impostato su una distinzione tra i bianchi europei e i colonizzati. Questa lettura venne ovviamente non solo mantenuta, ma inasprita: nel 1933 venne promulgata la legge per "l'Ordinamento organico per l'Eritrea e la Somalia".221 In essa sono espresse le linee guida dell'identificazione razziale dei sudditi coloniali, con chiari riferimenti alla loro subalternit rispetto ai bianchi. All'articolo 15 ad esempio si legge che:
Sono sudditi eritrei o somali: a) tutti gli individui che abbiano la residenza nella Eritrea o nella Somalia italiana e non siano cittadini italiani oppure cittadini o sudditi di altri stati; b) i nati da padre eritreo o somalo, o, in caso che il padre sia ignoto, da madre eritrea o somala; c) i nati nell'Eritrea e nella Somalia quando entrambi i genitori siano ignoti; d) la donna maritata ad un suddito eritreo o somalo; e) l'individuo appartenente a una popolazione africana o asiatica, il quale presti servizio civile o militare presso la pubblica amministrazione in colonia oppure abbia gi prestato tale servizio e risieda in colonia.
Quindi, in pratica, per essere sudditi coloniali ci volevano due caratteristiche di base: ritrovarsi a risiedere nel territorio della colonia e non essere bianchi. Interessante il punto in cui si fa cenno agli asiatici: vi erano infatti colonie di commercianti, soprattutto indiani, in tutto il Corno d'Africa e la loro identit, non bianca ma nemmeno nera, doveva essere ulteriormente esplicitata in base al lavoro svolto.
Questa prima suddivisione  importante perch permetteva di essere sicuri che la legislazione coloniale fosse applicata solo ai non bianchi. L'articolo 16 stabiliva che solamente attraverso l'autorizzazione del governatore si potesse cambiare cittadinanza, una volta riconosciuti come sudditi coloniali. Norma molto utile da applicare a popolazioni nomadi su cui per si voleva fare affidamento per lo sfruttamento delle risorse locali. Una limitazione al diritto allo spostamento che garantiva il controllo della manodopera a basso costo per le aziende italiane insediate, distruggendo al contempo la millenaria cultura nomade.
L'articolo 17 prevedeva che "il nato nell'Eritrea o nella Somalia italiana da genitori ignoti, quando i caratteri somatici ed altri eventuali indizi facciano fondatamente ritenere che entrambi i genitori siano di razza bianca,  dichiarato cittadino italiano". Lo stato fascista qui evidentemente si prendeva cura dei bambini "sicuramente bianchi" abbandonati, mettendoli sotto la protezione della legge metropolitana. Il fascismo non voleva abbandonare i figli della razza padrona, impedendo al contempo che sorgessero confusioni tra i sudditi coloniali.
L'articolo 18 invece regolava l'accesso alla richiesta di cittadinanza al compimento del diciottesimo anno di et di chi avesse avuto "caratteri somatici ed altri indizi [che] facciano fondatamente ritenere che uno dei genitori sia di razza bianca". Per accedere alla richiesta l'individuo non doveva essere poligamo, non doveva avere condanne, doveva aver superato l'esame di promozione della terza classe elementare e possedere una educazione "perfettamente italiana". L'accettazione della richiesta era comunque discrezionale e affidata al giudizio insindacabile del governatore.
Questo impulso razzista non fu n superficiale n disatteso nei territori a cui si applicava, anzi. Come scrive lo storico Nicola Labanca, "l'istituzionalizzazione del dominio razziale nelle colonie non si limit ad una legge: si avvalse invece di una produzione normativa diversificata e pervasiva".222
Questa impostazione generale mette in luce due aspetti del modo di affrontare il tema coloniale da parte del fascismo: il primo  che nelle colonie bianchi e non bianchi dovevano avere canali sociali e amministrativi distinti. Una sorta di apartheid all'italiana. Il secondo  che il fascismo si impegnava con norme ad hoc a difendere la purezza della razza da eventuali contaminazioni. La cittadinanza italiana era resa inarrivabile per chi mostrasse di avere "sangue misto". La distinzione operata  chiaramente razziale e ricorda da vicino i metodi genealogici applicati dalla legislazione nazista per stabilire chi fosse ebreo. Ma le cosiddette leggi di Norimberga sulle discriminazioni sarebbero state scritte solo a partire dal 1934, un anno dopo l'entrata in vigore di questa norma.
Quando nel 1935 il regime decise di aggredire l'Etiopia, il tema della razza e del razzismo fascista esplosero nella loro complessit. La propaganda aveva promesso ai soldati italiani le "belle abissine" da conquistare, con la chiara allusione alla possibilit di impossessarsene come oggetti sessuali. Quella contro l'Etiopia fu dunque una guerra alimentata anche da una nemmeno troppo velata lusinga sessuale. Per questo, una volta occupato il paese, non c' da stupirsi che per la pretesa purezza razziale italica le unioni tra maschi italiani e donne africane assumessero le dimensioni di un problema. Anche perch nell'aberrante concezione del "diritto di conquista" la gran parte di queste cosiddette "unioni" non erano altro che stupri e concubinati imposti alle ragazze per la durata del servizio dei soldati in colonia. Il fenomeno del meticciato and ampliandosi nel corso degli anni, tanto da diventare pericoloso per le teorie razziste del regime. Si imposero dei freni alla diffusione di pratiche come il madamato, un istituto che sostanzialmente normava le unioni temporanee tra donne del luogo e soldati occupanti; questo non per garantire i diritti delle concubine, ma per preservare la purezza della razza italiana che Mussolini stava tentando di forgiare. L'effetto di questa politica di segregazione razziale non fu la fine delle unioni, ma il passaggio a pratiche pi sbrigative e brutali. Come riporta la storica Giulietta Stefani, "queste proibizioni portarono la stigmatizzazione pi che la scomparsa del fenomeno del madamato. Il clima di esacerbato razzismo e di condanna morale delle relazioni interrazziali provoc poi anche la recrudescenza degli atti di violenza a danno delle donne indigene da parte degli italiani".223 Il paradosso dei provvedimenti mussoliniani in colonia fu che anche la poca protezione giuridica e sociale data dall'istituto del madamato venne tolta, lasciando le donne del luogo in totale balia degli occupanti.
Vista in quest'ottica la promulgazione delle leggi razziali antiebraiche del 1938 acquista un significato pi ampio e articolato rispetto a quello che cerca di attribuirgli la vulgata revisionista. Il razzismo antiebraico che venne ufficializzato con le leggi razziali non fu il primo passo, ma solo una delle molte tappe del cammino razzista del totalitarismo italico: una scelta ovvia, quella della discriminazione antiebraica, visto che tutte le altre categorie dei possibili oppositori al regime erano state debellate o assoggettate. Ad affermarlo non sono i denigratori del regime, ma la stessa dichiarazione del Gran Consiglio del Fascismo che fu alla base di queste leggi. Tale documento, a sua volta nato come risposta ufficiale al manifesto della razza degli intellettuali fascisti,224 recita nel proprio preambolo:
Il Gran Consiglio del Fascismo, in seguito alla conquista dell'Impero, dichiara l'attualit urgente dei problemi razziali e la necessit di una coscienza razziale. Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un'attivit positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti. Il problema ebraico non  che l'aspetto metropolitano di un problema di carattere generale.225
La dichiarazione del gran consiglio chiariva la necessit di preservare la razza italica proprio ora, nel momento in cui essa era diventata, dopo la conquista dell'impero, razza fascista. Quando si apprest a sferrare l'offensiva razzista contro gli ebrei non ci fu necessit di adottare, come molti credono, le disposizioni gi approntate dai nazisti sul tema; c'era gi tutto un armamentario di leggi e disposizioni che chiariva quali fossero i criteri di discriminazione. Senza peraltro che questo avvenisse a causa di qualche pressione da parte dei nazisti.
Basta mettere a confronto le formule con cui si stabiliva in colonia chi fosse o meno suddito, citate pi sopra, con i criteri che stabilivano chi fosse ebreo per il fascismo. L'articolo 8 del decreto legge per la difesa della razza italiana recita:
Agli effetti di legge: a)  di razza ebraica colui che  nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica; b)  considerato di razza ebraica colui che  nato da genitori di cui uno di razza ebraica e l'altro di nazionalit straniera; c)  considerato di razza ebraica colui che  nato da madre di razza ebraica qualora sia ignoto il padre; d)  considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazionalit italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione ebraica, o sia, comunque, iscritto ad una comunit israelitica, ovvero abbia fatto, in qualsiasi altro modo, manifestazioni di ebraismo. Non  considerato di razza ebraica colui che  nato da genitori di nazionalit italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che, alla data del 1 ottobre 1938-XVI, apparteneva a religioni diversa da quella ebraica.226
Questa descrizione ha poco a che vedere con l'impianto delle leggi tedesche, che invece tracciavano un complicato asse genealogico e inventavano dal nulla una propria definizione di chi fosse ebreo;227 il fascismo pot ricalcare le definizioni contenute nelle leggi razziste che aveva gi scritto per i territori d'Africa.
Anche un altro passaggio della risoluzione del 6 ottobre 1938 contiene paralleli interessanti per comprendere il vero atteggiamento del regime: "Il Gran Consiglio del Fascismo non esclude la possibilit di concedere, anche per deviare la immigrazione ebraica dalla Palestina, una controllata immigrazione di ebrei europei in qualche zona dell'Etiopia. Questa eventuale e le altre condizioni fatte agli ebrei, potranno essere annullate o aggravate a seconda dell'atteggiamento che l'ebraismo assumer nei riguardi dell'Italia fascista". Questo punto teorizza ai massimi livelli di governo la deportazione di massa degli ebrei fuori dai confini dello stato metropolitano. Una proposta fondamentale che appare gi come una "soluzione finale" della questione ebraica e che ha un precedente evidente nelle deportazioni di massa di popolazioni arabe e berbere nella Libia di Graziani. A rileggere ora queste disposizioni sorge il dubbio su chi, tra fascisti e nazisti, abbia copiato l'altro sull'argomento.
Mussolini protesse gli ebrei nei territori occupati sotto giurisdizione italiana?
Un particolare tipo di revisionismo che circola sul web e nei social propone una versione "buonista" del regime mussoliniano, rivendicando i presunti atti di clemenza nei confronti degli ebrei di Francia e nei Balcani durante le occupazioni italiane di questi territori nel corso della seconda guerra mondiale. Le ricostruzioni dell'epoca riportano infatti che in seguito all'ordine di Hitler di consegnare gli ebrei rifugiati in Francia meridionale e nelle zone della Jugoslavia, il duce in persona nel 1941 avesse comandato di disattendere l'ordine nazista. Migliaia di ebrei francesi e jugoslavi per mesi sfuggirono ai campi di concentramento rimanendo sotto la protezione degli occupanti italiani. Questo atto di apparente clemenza segn per anni il punto di partenza per la riabilitazione postuma del regime e per la costruzione del mito del "totalitarismo antirazzista" all'italiana. Va per capito, nel concreto, il motivo di tale gesto: anche in questo caso, la base delle decisioni fasciste fu data da un atteggiamento di facciata.
La Germania hitleriana aveva ordinato agli alleati italiani la consegna degli ebrei, pretendendo in pratica l'estensione della legislazione nazista ai territori sotto occupazione fascista. Una manifestazione di chiara subalternit che il duce decise di respingere non per umanit, ma per segnare il punto con l'alleato. In particolare sul fronte balcanico, aperto come teatro di una guerra parallela proprio per dimostrare l'indipendenza strategica italiana e dimostratosi un fallimento bellico imbarazzante, cedere all'estensione della legislazione germanica in campo razziale sarebbe stato umiliante. Sintetizza a questo proposito lo storico Filippo Focardi: "Un cedimento alle richieste della Croazia e della Germania avrebbe fatto passare l'Italia come una potenza di second'ordine e screditato le autorit diplomatiche e militari che fin dal settembre 1941 avevano promesso protezione agli ebrei e ai serbi braccati dagli ustascia [i miliziani fascisti croati alleati di italiani e tedeschi durante l'invasione della Jugoslavia]".228 Un problema di prestigio, appunto, che infatti dopo pochi mesi venne meno, quando non c'era pi prestigio da salvaguardare. Gi nell'estate del 1942 Mussolini acconsent ufficialmente alla deportazione degli ebrei jugoslavi.229 D'altra parte, per chiarire quale fosse l'atteggiamento complessivo del regime nei confronti degli ebrei, va ricordato che proprio nei Balcani furono migliaia i respinti alle frontiere o quelli a cui venne negata la protezione da parte dei fascisti, che ben conoscevano la sorte a cui sarebbero andati incontro i perseguitati.230 Destino identico fu riservato agli ebrei francesi che cercarono di sottrarsi alla furia nazista rimanendo nella parte di Francia occupata dall'esercito italiano. Ebbero una tregua di qualche mese, rimanendo al centro di un braccio di ferro scaturito da una questione di principio. Quando il principio venne meno, cio quando la pochezza delle velleit fasciste non fu pi mascherabile, gli apparati italiani del regime non ebbero scrupoli particolari nel collaborare allo sterminio degli ebrei d'Europa. Il ruolo di rastrellatori divenne addirittura la prassi per il fascismo di Sal: non perch ci fosse una costrizione da parte nazista, ma perch non era pi necessario marcare differenze tra i due regimi.
Il razzismo mussoliniano ha una propria autonomia di pensiero e di azione, contrariamente a quanto spesso si preferisce credere: in alcuni passaggi a volte  addirittura anticipatore, ma non certo epigono del piano di sterminio nazista. Le leggi del 1938 sono perfettamente in linea con la deriva ideologica del regime nata molto prima che lo stesso Hitler salisse al potere. La discrepanza applicativa tra i due moti  semmai dovuta alle diverse situazioni che i due totalitarismi avevano di fronte: il nazismo, privo di colonie e ancora compresso dalle restrizioni del trattato di Versailles, si concentr da subito sui suoi principali nemici interni, prima gli oppositori e poi gli ebrei, che in Germania erano all'epoca poco pi di mezzo milione. Il fascismo, proiettato sul Mediterraneo e con proprie colonie da riconquistare, concentr la propria azione di pulizia razziale sugli oppositori politici e sui sudditi delle colonie, per poi dedicarsi a un problema dall'entit numerica meno rilevante come gli ebrei italiani (poco meno di 60000 nel 1938). Quello dello sviluppo e dell'applicazione delle leggi razziali italiane  un tema che per troppo tempo  rimasto confinato nei dibattiti degli storici, venendo rimosso dal discorso pubblico e identificato come qualcosa di incidentale e non inserito nella dinamica ventennale del regime. Un atteggiamento di rimozione pericoloso perch, come giustamente scriveva gi nel 1994 lo storico David Bidussa, "non aver fatto allora, nell'immediato dopoguerra, i conti con il proprio antisemitismo, comunque averli frettolosamente chiusi in nome di una riconciliazione nazionale [...] comporta la persistenza di un senso comune che, se non opportunamente sorvegliato e controllato, pu riaprire quella dinamica che la retorica del secondo dopoguerra ha ritenuto solo una brutta parentesi da dimenticare, un "corpo estraneo tra noi"".231
Si potrebbe obiettare per che il razzismo e la violenza mussoliniana siano stati un fenomeno che almeno si svilupp verso l'esterno, cio non contro la societ italiana. Affermazione forte, che pu avere molti significati e non vera in generale, visto che le leggi razziali discriminarono proprio cittadini italiani. L'intenzione di questa frase in chi la pronuncia o la scrive oggi sui social  quella di segnare una differenza tra il fascismo, che presuntivamente aveva a cuore il destino degli italiani, e l'odierna classe politica, definita nel suo complesso come interessata solo al proprio tornaconto personale.
Venendo al concreto, per quanto riguarda l'amore del duce per il suo popolo si pu notare, citando lo stesso Mussolini, che quello con gli italiani sia stato pi un rapporto di "amore-odio": la presunta inettitudine, stupidit e inaffidabilit degli italiani, in particolare all'inizio e alla fine della propria parabola politica - cio quando si piegarono con meno zelo ai suoi voleri - sono temi che ricorrevano nelle sue conversazioni pi o meno private. Ciano scrisse nel suo diario: "29 gennaio 1940 [...] il duce  irritato per la situazione interna: la gente brontola, le restrizioni alimentari preoccupano, l'ombra della guerra discende di nuovo sul paese. [...] [per il duce] la razza italiana  una razza di pecore. Non bastano 18 anni per trasformarla. Ce ne vogliono centottanta o forse centottanta secoli".232
Quando l'offensiva in Grecia si aren, il 23 dicembre del 1940 Ciano riport che il duce, "parlando del comportamento mediocre della truppa, ha aggiunto: "devo pure riconoscere che gli italiani del 1914 erano migliori di questi di oggi. Non  un bel risultato per il Regime, ma  cos"". Il giorno dopo, la vigilia di Natale del 1940, il giudizio del capo del fascismo  ancora pi netto: "Nevica. Il duce guarda fuori di finestra ed  contento che nevichi: "Questa neve e questo freddo vanno benissimo", dice, "cos muoiono le mezze cartucce: e si migliora questa mediocre razza italiana"".233
Molte volte nei momenti in cui le aspirazioni di Mussolini e le effettive capacit del suo popolo non coincisero, il dittatore pens bene di scaricare la colpa degli insuccessi sugli italiani. Come sintetizza De Felice, "dopo i primi anni del regime, Mussolini era giunto ben presto alla convinzione che, sebbene il fascismo avesse aperto ed indicato all'Italia una strada e una mta, gli italiani mancavano del "carattere" necessario ad essere veramente fascisti. [...] Al duce sembrava che l'unica cosa da fare ormai fosse di trasformare il popolo italiano e soprattutto creare nuove generazioni, pi numerose, pi forti fisicamente e moralmente fasciste, veramente capaci di "osare" e di passare all'azione".234 Per anni il regime tent di penetrare nelle vite e nelle menti degli italiani con la scuola, l'annientamento del dissenso, la militarizzazione delle masse. Il tutto con risultati assai mediocri. Nel momento in cui Mussolini si rese conto di non riuscire a fascistizzare un intero popolo, prese a disprezzarlo, considerandolo inadatto alle grandi mete che si era prefisso. Una visione sostanzialmente eugenetica delle sfide che il regime lanci alla nazione port a scelte politiche in cui l'importanza del valore delle vite dei singoli era irrilevante. La famosa frase che sarebbe stata pronunciata all'inizio della seconda guerra mondiale sulle "poche migliaia di morti da gettare sul tavolo della pace" d la misura di quanta considerazione il duce avesse per il suo popolo. Gli italiani incapaci di divenire quegli uomini nuovi che tanto auspicava sarebbero almeno serviti come materiale per la gloria dell'ideale fascista.
Oltre al disprezzo che negli anni Mussolini accumul nei confronti degli italiani  bene ricordare quali furono le azioni concrete che il fascismo intraprese per cambiare il loro modo di vita. Il regime fascista produsse la pi grande contrazione dei diritti civili degli italiani da quando esiste il concetto di diritto civile. Tutte le manifestazioni della vita civile libera subirono un arretramento: venne meno il diritto di voto e di libera aggregazione, venne posta la censura alle idee pubbliche, nei media ma anche alla corrispondenza privata. L'apparato di polizia aument a dismisura, dando l'idea che, se anche il duce amava il suo popolo, non se ne fidava affatto. Una certa idea di frattura sociale il fascismo la cre anche all'interno degli stessi italiani: l'obbligo di essere tesserati al partito per ricoprire incarichi pubblici235 dal 1926236 - l'obbligatoriet di iscrizione per ricoprire la carica di prefetto - si allarga in seguito alla gran parte della societ, costruendo nei fatti una distinzione giuridica e dei diritti tra italiani semplici e italiani fascisti. Provvedimenti che limitavano le possibilit di espressione dei cittadini e lasciavano in balia del federale di turno la decisione sull'idoneit a ricoprire il ruolo di fascista dimostrano che la dittatura fu strutturalmente discriminatoria nei confronti degli stessi italiani.
Se amare gli italiani significava renderli felici, si  gi visto che il fascismo non ci riusc n dal punto di vista economico n sociale.
Se amare gli italiani significava difenderne l'onore, il comportamento tenuto dagli "italiani nuovi" di cui il regime si vantava in Africa, in Spagna, in Russia, nei Balcani e in tutti i teatri di guerra in cui il modo fascista di combattere venne applicato sarebbe sufficiente non solo a mettere in discussione "l'onore delle armi fasciste", ma renderebbe necessario un profondo riesame della memoria di quel periodo da parte di tutta la societ italiana di oggi. Lo storico Filippo Focardi ricorda che la Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra aveva iscritto nelle liste dei presunti criminali da porre sotto processo 729 fra militari e civili italiani richiesti dalla Jugoslavia, 111 ricercati dalla Grecia, 9 dalla Francia, 3 dall'Albania. Successivamente, poco dopo l'entrata in vigore del trattato di pace italiano, la Jugoslavia aveva inoltrato direttamente al governo di Roma, tramite canali diplomatici, domanda di estradizione relativa a 45 italiani (in parte gi presenti nelle liste internazionali), la Grecia aveva avanzato a sua volta una richiesta a carico di 74 nominativi (anch'essi in parte gi nelle liste delle Nazioni Unite), l'Albania ne aveva reclamati 142, la Francia 30. Anche l'Etiopia accus 10 italiani (riducendo poi le richieste solo a Rodolfo Graziani e Pietro Badoglio). Mentre l'Unione sovietica aveva chiesto gi nel 1944 la consegna di 12 italiani accusati di crimini di guerra. Nessuno di questi fu per estradato.237
Se amare gli italiani significava proteggerli, il fascismo coinvolse il paese in una guerra che fece, secondo le stime del Ministero della Difesa italiano nel 1957, 472000 morti italiani, di cui un terzo civili.
A queste andrebbero sommate anche le vittime italiane della violenza squadrista, i morti in carcere e al confino, i soldati uccisi nelle guerre di aggressione in Etiopia e di dominio in Libia, ma anche a causa delle precarie condizioni sanitarie del paese durante il regime. Un numero che sorpassa le cifre delle morti italiane in qualsiasi altro evento storico e che fanno del fascismo l'avvenimento pi mortifero della storia di questo paese. Se mai  stato tentato un genocidio sistematico del popolo italiano, questo genocidio  stato avviato, pi o meno coscientemente, dalla tirannide fascista.

Spigolature.
Tutto quello che avreste voluto sapere sul duce...
che per  falso
Accanto alle grandi mistificazioni riguardanti soprattutto il rapporto tra il fascismo e la societ italiana, che furono tipiche degli anni successivi alla fine del regime e che sono entrate ormai da tempo nel dibattito sulle menzogne che girano attorno alla storiografia sul ventennio, recentemente sono proliferate attraverso i social leggende metropolitane riguardanti alcuni presunti comportamenti tenuti dal fascismo e dal suo capo, in chiaro contrasto con alcuni comportamenti dei politici di oggi, diventando oggetto di discussione sul web. Lo scopo di fondo di queste bufale  quello di fare un confronto tra allora e il presente, creando il classico effetto di nostalgia per un passato solo immaginato. Ecco alcuni esempi di storie inventate attorno alla figura di Mussolini che negli anni si sono diffuse.

Quando c'era Lui i treni arrivavano in orario
Forse la pi famosa tra le esclamazioni revisioniste. E, a essere sinceri, con un fondo di verit: nessuno infatti sotto il fascismo sentiva parlare di ritardi dei treni.
Quando il regime instaur uno stretto controllo sull'informazione circolante nel paese, a partire dalla prima legge sul controllo dei giornali del 1925,238 tutte le notizie relative alla vita pubblica finirono sotto stretto controllo. Col passare degli anni la stretta si intensific, andando a toccare anche gli aspetti non prettamente politici della vita quotidiana. In seguito all'approvazione del Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza nel 1931239 venne ad esempio ufficializzato il concetto di "offesa al prestigio dello Stato o dell'autorit o offensivi del sentimento della nazione".240 Sotto questa definizione ricadevano ovviamente tutte le notizie che, a detta delle autorit, potevano costituire un insulto al prestigio dello Stato. In questo ambito, enorme e affidato all'arbitrio dei questori, finirono tutte le notizie considerate disfattiste: malagestione degli affari pubblici, scandali, inadempienze del governo; ma anche reati insoluti, perch mettevano in cattiva luce le forze dell'ordine, e disservizi dei servizi pubblici, come i casi di malasanit o, appunto, i treni in ritardo.

Quando c'era Lui i ministri giravano in bicicletta e senza scorta.
Non si trovano disposizioni che obbligassero i ministri a questo tipo di low profile. Al contrario, sono molte le testimonianze di ministri e gerarchi che approfittavano della loro carica per vivere nel lusso: un solo esempio, quello del gerarca Italo Balbo, asso dell'aviazione militare che usava l'aereo per spostamenti anche minimi e che costringeva all'approntamento di piste aeroportuali apposite quando andava in giro per l'Italia in veste ufficiale. Lo stesso Mussolini usava l'aereo per spostamenti brevi sul territorio nazionale, come quando andava il fine settimana da Roma in Romagna. In generale il regime non fu mai amante della mobilit sostenibile, anzi: negli anni trenta per incentivare le vendite di auto dell'industriale Agnelli, Mussolini impose una tassa di circolazione sulle biciclette e sui veicoli a trazione animale.241

Mussolini impose uguali diritti per uomini e animali.
Bufala piuttosto recente, nata sull'onda dell'interesse crescente per i diritti degli animali. Al di l della difficolt di comprendere cosa significhi "dare uguali diritti" ad animali ed esseri umani, le uniche prove a suffragio di questa affermazione potrebbero trovarsi nella legislazione fascista, che per era di tutt'altra impostazione. Il regio decreto 1175 del 1931,242 infatti, stabiliva limitazioni per il possesso di animali, in special modo cani, nei centri urbani, e istituiva addirittura una tassa per i possessori dei cani, nello specifico, "150 lire per i cani di lusso o affezione (da compagnia), 50 lire per i cani da caccia e da guardia, 15 lire per cani adibiti alla custodia di edifici e di greggi tenuti a scopo di commercio".

Mussolini permise agli italiani di fare pi figli e fece crescere la popolazione italiana.
Affermazione che sembra sostenuta dai censimenti della popolazione residente in Italia, che pass dai 38449000 del 1921 ai 42994000 del 1936 (ultimo censimento disponibile per il periodo fascista).243
La dinamica di crescita della popolazione fu per dovuta non alle maggiori possibilit di far figli da parte degli italiani o dalle politiche pro natalit del regime, ma semplicemente dal fatto che emigrare durante il fascismo per gli italiani divenne pi difficile. Se nel 1923 furono 389000 gli italiani espatriati, alle soglie della seconda guerra mondiale erano 29000 (1939).244 Un crollo dovuto alla crisi internazionale che fece chiudere le frontiere ai paesi di destinazione, e anche alle politiche di disincentivo all'emigrazione imposte dal regime, che vedeva nell'andare a cercare fortuna all'estero una vergogna nazionale.245 Il tasso effettivo di fertilit degli italiani, in realt, durante il fascismo, a causa delle privazioni e della crisi, si contrasse dai 30,54 bambini nati ogni mille abitanti nel 1921 a 22,40 registrati nel 1936.246

Mussolini rese l'Italia un faro d'avanguardia nelle scoperte scientifiche.
Cosa esattamente significhi questa affermazione  difficile da stabilire: se partiamo dai riconoscimenti internazionali nel campo, come spesso si usa fare, vengono subito in mente i nomi di tre Nobel italiani che vissero al tempo del fascismo: Guglielmo Marconi, Luigi Pirandello e Enrico Fermi. Tutti e tre, a vario titolo, ebbero rapporti col regime. Marconi vinse il Nobel per la fisica nel 1909, quando Mussolini era ancora un giovane socialista, tra l'altro grazie a studi ed esperimenti condotti tra Gran Bretagna e Stati Uniti. Quando il fascismo and al potere lod Marconi come una gloria italiana, impossessandosi propagandisticamente di risultati maturati ben prima della marcia su Roma.
Enrico Fermi vinse il Nobel, sempre per la fisica, nel 1938, ma dopo averlo ritirato a Stoccolma scapp negli Stati Uniti per mettere in salvo la moglie Laura, ebrea, dalle leggi razziali. Fu quindi impossibile, per Mussolini, intestarsi quel merito.
Un caso a parte rappresenta Pirandello, che vinse il Nobel per la letteratura nel 1934: ader al fascismo in quel periodo, mostrandosi sensibile all'idea di diventare uno dei feticci che il regime esponeva all'estero per gloriarsene. Scopr quasi subito per che il fatto di diventare parte della vetrina del fascismo significava anche perdere autonomia ed essere sottoposto a controlli e censure. Mor nel 1936, dichiarando pubblicamente che rifiutava qualsiasi onore postumo gli arrivasse dal governo. Questa pubblica dimostrazione di avversione provoc un moto di sdegno internazionale e un forte imbarazzo nell'entourage di Mussolini.
Al di l di questi casi, se si vuole misurare davvero l'impatto del regime sullo sviluppo delle scienze in Italia, basterebbe dare un'occhiata ai dati. A causa della riforma Gentile, che dava alla scuola italiana un'impronta fortemente orientata alle materie umanistiche, il numero di italiani che si occupavano attivamente di sapere scientifico e tecnico diminu. A riforma avviata si pot misurare un crollo degli studenti di politecnici e facolt scientifiche. Come riporta a questo proposito la voce Treccani su Il fascismo e la scienza, "se nell'anno accademico 1921-22 gli studenti iscritti ai corsi di laurea di area scientifica rappresentavano oltre il 60%, nell'anno 1939-40 erano gli iscritti dell'area umanistica a costituire il 66% del totale. Particolarmente marcata, all'interno dell'area scientifica, fu la diminuzione degli iscritti a ingegneria, che avvenne addirittura in termini assoluti, con un calo dalle 11423 unit del 1921-22 alle 7818 del 1939-40".247
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Una calda mattina di inizio estate si conversava sulle tristi battaglie combattute sui social tra ammiratori e detrattori del duce: scontri sanguinosi, portati avanti a colpi di insulti e di presunti ragionamenti. "Quando poi tirano fuori la storia delle pensioni e delle bonifiche mi va il sangue alla testa! Ci vorrebbe un libro che raccogliesse e smascherasse tutte queste bufale, cos la smetterebbero di dire bugie sul fascismo!". Eccolo qua, Giosu. Non la smetteranno, probabilmente, ma almeno  un inizio. Il mio primo ringraziamento va a te e a quelli come te che hanno ancora voglia di arginare le false notizie su uno dei regimi pi nefasti del ventesimo secolo.
Grazie a Cristina, che ha affisso ormai anni fa come un monito sulla lavagna della nostra cucina la frase che Nora Joyce ripeteva al marito James: "Perch non scrivi libri che la gente possa leggere?". Grazie alla mia famiglia, per il sostegno e per gli spunti: questo libro  frutto anche di furibonde discussioni alle cene di Natale.
Ringrazio, e di cuore, l'amico Carlo Greppi, che si  innamorato da subito del progetto e ha vestito i panni di amico, critico, agente, fan e stroncatore, alla bisogna; con lui un grazie a Michele Luzzatto, che con attenzione, passione ed esperienza ha guidato la costruzione di queste pagine.
Grazie a Lorenzo Bigiarini, storico e compagno di viaggio, per la revisione del testo e per il lavoro di divulgazione che porta avanti da anni. Grazie a Jessica Ognibeni, amica, storica e preziosa cacciatrice di libri e refusi. Grazie ad Alice Ravinale, per le dritte e i suggerimenti inestimabili in corso d'opera. Grazie a David Bidussa, per le chiacchierate sotto la neve e per aver ammesso di essersi divertito leggendomi.
Grazie a tutta la meravigliosa squadra dell'associazione Deina: gli amici che in questi anni hanno fatto un pezzo di strada insieme lavorando alla storia come a un bacino di memoria da cui pescare un futuro migliore. Un bacino che vogliamo tutti rimanga limpido. I viaggi, le discussioni, le contaminazioni fatti nei luoghi in cui la storia del Novecento ha dato il peggio di s, sono stati e sono la cosa pi preziosa del nostro comune lavoro. Questo libro vorrebbe essere un piccolo tassello nel grande mosaico della nostra riflessione che negli anni crescer, ne sono sicuro. Grazie dunque, di cuore e in doveroso ordine alfabetico, a Sara Bagnoli, Matteo Balduzzi, Elena Bissaca, Filippo Bonadiman, Sofia Burioli, Gianluca Corzani, Alessandro Huber, Cristina Lentini, Francesca Poli, Davide Toso, Antonio Trombetta e a tutta la squadra tutor di Deina: siete pi di cento e l'editore ha detto che non si poteva mettervi tutti!
Un grazie, last but not least, alle migliaia di partecipanti dei viaggi di memoria che in questi anni ho incontrato nel mio girovagare. Grazie, perch avete scelto di fare qualcosa di meravigliosamente utile anche se terribilmente fuori moda: fermarvi e prendervi il tempo per riflettere.
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Lui  tornato [Er Ist Wieder Da], di David Wnendt (Deutschland 2015).
Sono tornato di Luca Miniero (Italia 2018).
...
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NOTE al testo.
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1 Cfr. il catalogo della mostra, Hans-Ulrich Thamer, Simone Erpel (a cura di), Hitler und die Deutschen. Volksgemeinschaft und Verbrechen, Sandstein, Dresden 2010, in particolare alle pp. 55-56.
2 Non  questa la sede per ripercorrere il dibattito su Predappio, luogo natale di Mussolini: si veda Osservatorio Predappio. Per discutere del progetto di un museo sul fascismo, "E-Review. Rivista degli Istituti Storici dell'Emilia Romagna in Rete", e Mirco Carrattieri, Predappio s, Predappio no... Il dibattito sulla ex casa del fascio e dell'ospitalit di Predappio dal 2014 al 2017 in Ibid. (ultimo accesso, per questo link e quelli successivi: 4 febbraio 2019). Tra i tanti un altro esempio - considerato al contrario quasi unanimemente virtuoso -  il percorso espositivo aperto presso il Monumento alla Vittoria di Bolzano: cfr. AA.VV., BZ '18-'45. Un monumento, una citt, due dittature, Folio/Morellini, Wien-Bolzano/Milano 2016.
3 Video visionabile in Roma, blitz a stand Shockdom: autori di "Quando c'era LVI", fumetto satirico su Mussolini, di Alessandro Trevisani, "Il fatto quotidiano", 11 aprile 2016.
4 Roma: ecco cos' successo davvero allo stand Shockdom, "Il primato nazionale", 11 aprile 2016.
5 A questo proposito, si veda anche l'inquietante vicenda dell'altrettanto valido documentario BBC Fascist Legacy di Ken Kirby (UK 1989).
6 Il fascismo immaginario di Pasolini, Bobbio, Eco eccetera..., di Alessandra Tarquini, "La Lettura - Corriere della Sera", 4 novembre 2018.
7 Il problema di "Sono tornato"  che non se n' mai andato, "Linkiesta", 6 febbraio 2018.
8 Alessandra Mussolini: "Denuncio chi insulta in rete mio nonno Benito", di Claudio Del Frate, "Corriere della Sera", 17 ottobre 2018.
9 Alberto Vacca, Duce truce. Insulti, barzellette, caricature: l'opposizione popolare al fascismo nei rapporti segreti dei prefetti (1930-1945), Castelvecchi, Roma 2011, pp. 12-13, 20 e 37.
10 Mi permetto di rimandare al volume (a cura di David Bidussa e mia) di Ferruccio Parri, Come farla finita con il fascismo, Laterza, Roma-Bari 2019, alle pp. XIV, 53 e 92. Nello specifico si veda Luigi Arbizzani, Alberto Caltabiano (a cura di), Storia dell'antifascismo italiano, vol. I, Editori Riuniti, Roma 1964, p. 214; e Ferruccio Parri, Scritti 1915/1975, a cura di Enzo Collotti, Giorgio Rochat, Gabriella Solaro Pelazza e Paolo Speziale, Feltrinelli, Milano 1976, alle pp. 566-76 e 576-82.
11 Cosa serve oggi per capire e combattere il fascismo, di Christian Raimo, "Internazionale", 6 novembre 2018.
12 Celebrazioni subito, di Emilio Gentile, "Domenica - Il Sole24ore", 27 ottobre 2013.
13 Non  del tutto voluto, credo, il richiamo a una delle strategie privilegiate del regime (cfr. il volume della "Storia fotografica della societ italiana" diretta da Giovanni De Luna e Diego Mormorio: Antonella Russo, Il fascismo in mostra, Editori Riuniti, Roma 1999, p. 31).
14 Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, Bompiani, Milano 2018.
15 Il coraggio e la piet: gli ebrei e l'Italia durante la guerra, di Nicola Caracciolo (Italia 1986).
16 Renzo De Felice, Intervista sul fascismo (a cura di Michael A. Ledeen), Laterza, Roma-Bari 1975, p. 112.
17 Per una sintesi cfr. Simon Levis Sullam, I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945, Feltrinelli, Milano 2015.
18 M. Bloch, La guerra e le false notizie, ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), Donzelli, Roma 2004, p. 82.
19 U. Eco, Il Fascismo eterno, la nave di Teseo, Milano 2017, p. 22.
Il duce previdente e previdenziale
20 "Alters- und Invalidittsversicherung", cfr. G. Corni, Storia della Germania: da Bismarck alla Merkel, il Saggiatore, Milano 2017, p. 68.
21 Regio Decreto 21 febbraio 1895, n. 70, che approva il Testo unico delle leggi sulle pensioni civili e militari. In G. U. n.70 del 23-03-1895.
22 Legge del 17 luglio 1898, n. 350, che istituisce una Cassa Nazionale di previdenza per la invalidit e per la vecchiaia degli operai. In G. U. n.186 del 11-8-1898.
23 Decreto Legge Luogotenenziale 21 aprile 1919, n. 603, concernente l'assicurazione obbligatoria contro l'invalidit e la vecchiaia per le persone di ambo i sessi che prestano l'opera loro alle dipendenze di altri. In G. U. n.104 del 1-5-1919, convertito con Legge 17 aprile 1925 n. 473, in G. U. 5-5-1925 n. 104.
24 Regio Decreto 27 aprile 1923, n. 915, che sopprime il Ministero del lavoro e della previdenza sociale. In G. U. n.106 del 5-5-1923.
25 G. Melis, La macchina imperfetta. Immagine e realt dello Stato fascista, il Mulino, Bologna 2018, p. 449.
26 Regio Decreto 30 dicembre 1923, n. 3158, Assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria. In G. U. n.34 del 9-2-1924.
27 Regio Decreto-Legge 27 ottobre 1927, n. 2055, Assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi. In G. U. n.265 del 16-11-1927, convertito con Legge 20 maggio 1928 n. 1132, in G. U. 9 giugno 1928 n. 134.
28 Inps, Verbali del Comitato Esecutivo, seduta del 22 febbraio 1924, in G. Melis, La Macchina imperfetta, cit., p. 451.
29 Regio Decreto-Legge 27 marzo 1933, n. 371, Coordinamento degli organi amministrativi della Cassa nazionale per le assicurazioni sociali, che assume la denominazione di "Istituto nazionale fascista della previdenza sociale". In G. U. n.106 del 6-5-1933, convertito con Legge 3 gennaio 1934 n. 166, in G. U. 21-2-1934 n. 43.
30 G. Melis, La Macchina imperfetta, cit., p. 463.
31 G. Melis, La Macchina imperfetta, cit. p. 464.
32 Legge 29 maggio 1939, n. 782 Sistemazione degli avventizi squadristi in servizio presso le Amministrazioni dello Stato ed altri Enti pubblici. In G. U. n.139 del 15-6-1939.
33 Regio Decreto-legge 2 agosto 1943, n. 704, Soppressione del Partito nazionale fascista. In G. U. n.180 del 5-8-1943, convertito con Legge 5 maggio 1949 n. 178, in G. U. 7 maggio 1949 n. 105.
34 Legge 30 aprile 1969, n. 153, Revisione degli ordinamenti pensionistici e norme in materia di sicurezza sociale. In G. U. n.111 del 30-4-1969.
35 Cfr. la voce Tredicesima, in Enciclopedia Treccani, www.treccani.it.
36 La canzone Mille lire al mese, di Gilberto Mazzi, usc nel 1939 e fu uno dei successi italiani dell'epoca. Il testo, molto significativamente, rappresenta un inno alla ricerca della sicurezza economica e della tranquillit: il ritornello "Se potessi avere/mille lire al mese/senza esagerare/sarei certo di trovare/tutta la felicit./Un modesto impiego/io non ho pretese/voglio lavorare/per potere alfin trovare/tutta la tranquillit". Un posto fisso, questo ancora nel 1939 rappresentava il sogno degli italiani, e i sogni di realizzazione lasciavano il posto alla modesta volont di sopravvivere dignitosamente, evidentemente non alla portata di tutti. Come ricorda Andrea Sangiovanni nel suo Le parole e le figure, "Sono versi nei quali pare di poter intravedere in filigrana le conseguenze della crisi economica e delle sanzioni". Cfr. A. Sangiovanni, Le parole e le figure. Storia dei media italiani dall'et libera alle seconda guerra mondiale, Donzelli, Roma 2012, p. 200.
37 Cfr. Contratto collettivo nazionale di lavoro, G. U. n.199 del 27-08-1937.
38 Decreto del Presidente della Repubblica 28 luglio 1960, n. 1070, Norme per la disciplina del trattamento economico dei lavoratori dipendenti dalle imprese industriali. In G. U. n.248 del 10-10-1960, suppl. ordinario n. 2480.
39 Decreto Legislativo del Capo Provvisorio dello Stato 12 agosto 1947, n. 869, Nuove disposizioni sulle integrazioni salariali. In G. U. n.210 del 12-9-1947.
40 Legge 3 aprile 1926, n. 563, Disciplina giuridica dei rapporti collettivi del lavoro. In G. U. n.87 del 14-4-1926.
41 Sul reale effetto dell'applicazione delle teorie corporative fasciste, cfr. G. Melis, La macchina imperfetta. Immagine e realt dello Stato fascista, il Mulino, Bologna 2018.
42 Regio Decreto 2 luglio 1926, n. 1132, Abrogazione del regolamento industriale vigente nelle nuove Provincie e norme di coordinamento con la legge 3 aprile 1926, n. 563, sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi del lavoro. In G. U. n.155 del 7-7-1926.
43 Legge 19 gennaio 1939, n. 129, Istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. In G. U. n.37 del 14-2-1939.
44 G. Melis, La macchina imperfetta, cit., p. 304-05.
45 E. Gentile, Fascismo, Storia e interpretazione, Laterza, Roma-Bari 2018, p. 27.
46 Per un inquadramento della situazione delle zone paludose nella seconda met dell'Ottocento in Italia cfr. E. Novello, La bonifica in Italia. Legislazione, credito e lotta alla malaria dall'unit al fascismo, Franco Angeli, Milano 2003.
47 Legge 11 dicembre 1878, n. 4642, concernente la bonificazione dell'Agro romano. In G. U. n.301 del 23-12-1878.
48 Regio Decreto 10 novembre 1905, n. 647, che approva l'annesso testo unico delle leggi pel bonificamento dell'Agro romano e sulla colonizzazione dei beni demaniali dello Stato. In G. U. n.102 del 1-5-1906.
49 Regio Decreto 30 dicembre 1923, n. 3256, Testo unico delle leggi sulle bonificazioni delle paludi e dei terreni paludosi. In G. U. n.71 del 24-3-1924.
50 F. L. Cavallo, Terre, acque, macchine. Geografia della bonifica in Italia tra Ottocento e Novecento, Diabasis, Parma 2011, p. 100.
51 Regio Decreto-legge 16 settembre 1926, n. 1606, Approvazione del regolamento legislativo per l'ordinamento e le funzioni dell'Opera nazionale per i combattenti. In G. U. n.220 del 22-9-1926, convertito con Legge 6 giugno 1927 n. 1100, in G. U. 9-7-1927 n. 157.
52 Cfr. Regio Decreto-legge 16 settembre 1926, n. 1606, art. 2. In G. U. n.220 del 22-9-1926.
53 Legge 24 dicembre 1928, n. 3134, Provvedimenti per la bonifica integrale. In G. U. n.12 del 15-1-1929.
54 R. De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso (1929-1934), Einaudi, Torino 1996, p. 144.
55 "L'assegnazione di lire 257 milioni sar mantenuta immutata per gli esercizi dal 1944 al 1959-60 decrescendo, negli esercizi successivi, in relazione al graduale esaurimento delle annualit trentennali". Cfr. Legge 24 dicembre 1928, n. 3134, art. 2. In G. U. n.12 del 15-1-1929.
56 Cfr. Serie storiche ISTAT, dato per il 1928 a 27196000 ettari, totale della superficie agricola e forestale. In seriestoriche.istat.it.
57 R. Petri, Storia economica d'Italia. Dalla Grande Guerra al miracolo economico (1918-1963), il Mulino, Bologna 2002, p. 252.
58 "Anche se", ricorda Emilio Gentile a proposito del mito della romanit, "la corrispondenza della romanit fascista col modello storico romano era in molti casi arbitraria, immaginaria o semplicemente inesistente". Cfr. E Gentile, Fascismo di pietra, Laterza, Roma-Bari 2007, p. 52.
59 Regio Decreto 13 febbraio 1933, n. 215, Nuove norme per la bonifica integrale, in G. U. n.79 del 4-4-1933.
60 E. Novello, La bonifica in Italia, cit., p. 280.
61 R. De Felice, Mussolini il duce, cit. p. 146.
62 I dati relativi alla malaria riportati di seguito sono ricavati da seriestoriche.istat.it, Sanit e Salute, Tavola 4.15 - Casi denunciati di alcune malattie soggette a denuncia obbligatoria - Anni 1925-2009 (valori assoluti e per 100.000 abitanti) e Tavola 4.15.1 - Casi denunciati di alcune malattie soggette a denuncia obbligatoria - Anni 1888-1924 (valori assoluti e per 100.000 abitanti).
63 Serie storiche ISTAT, consultabili on line in seriestoriche.istat.it.
64 Ministero della Salute, profilassi della malaria, introduzione, in salute.gov.it.
65 Nel 2017 il 79,9% delle famiglie italiane possiede la casa in cui vive. Cfr. "condizioni economiche delle famiglie-condizioni abitative" in istat.it.
66 "Art. 47. La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito. Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla propriet dell'abitazione, alla propriet diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese". Da quirinale.it, sito ufficiale della Presidenza della Repubblica.
67 Serie storiche ISTAT, Popolazione residente e bilancio demografico ai confini dell'epoca (1862-1947), in seriestoriche.istat.it.
68 Legge 31 maggio 1903 n. 254, Sulle case popolari. In G. U. n.159 del 8-7-1903.
69 Ibid., art. 2.
70 Tra le prime quelle di Bari, con Regio Decreto 7 giugno 1906, n. 241, in G. U. n.172 del 24-7-1906 e Bologna, con Regio Decreto 8 luglio 1906 n. 237 in G. U. n.169 del 20-7-1906.
71 Gli istituti sono obbligati a inserire norme che "stabiliscano nei loro statuti che il dividendo annuo agli azionisti non possa superare il quattro per cento del capitale effettivamente versato e che, in caso di rimborso o di liquidazione, non possa distribuirsi agli azionisti per qualsiasi titolo una somma che superi di oltre un quinto l'ammontare del capitale restituito e versato, dovendo il rimanente delle attivit assegnarsi alla Cassa nazionale di previdenza per la invalidit e per la vecchiaia degli operai". in G. U. n.159 del 8-7-1903, art. 2.
72 Regio Decreto 8 dicembre 1907, n. 516, Erezione in ente morale. In G. U. n.304 del 26-12-1907.
73 Regio Decreto 17 luglio 1908, n. 356, Riflettente approvazione di statuto. In G. U. n.225 del 26-9-1908.
74 Regio Decreto 12 agosto 1908, n. 360, Riflettente erezione in ente morale. In G. U. n.227 del 29-9-1908.
75 Regio Decreto 12 agosto 1908, n. 528, Che approva il regolamento per la esecuzione della legge (testo unico) 27 febbraio 1908, n. 89, sulle case popolari o economiche. In G. U. n.222 del 23-9-1908.
76 Legge 6 giugno 1935, n. 1129, Norme per la riforma degli Istituti per le case popolari e per la costituzione di un Consorzio nazionale fra gli Istituti predetti. In G. U. n.156 del 6-7-1935.
77 P. di Biagi (a cura di), La grande ricostruzione. Il piano Ina-Casa e l'Italia degli anni cinquanta, Donzelli, Milano 2001, p. 40.
78 Sul rapporto tra l'urbanistica della capitale e il fascismo cfr. E. Gentile, Il fascismo di pietra, Laterza, Roma-Bari 2010.
79 Cfr. per questo specifico caso L. Benevolo, Roma dal 1870 al 1990, Laterza, Roma-Bari 1992.
80 G. Melis, La Macchina imperfetta, cit., p. 238.
81 Citato in P. di Biagi (a cura di), La grande ricostruzione, cit., p. 37.
82 "Sono certamente poveri coloro che hanno un'abitazione ma in essa vivono sovraffollati, disponendo di una stanza per cucina, ripostiglio, soggiorno e consumo dei pasti e di una per dormitorio comune e guardaroba". A. Fanfani, Colloqui sui poveri, Vita e Pensiero, Milano 1942, p. 27.
83 P. di Biagi (a cura di), La grande ricostruzione, cit., p. 18, nota.
84 Legge 28 febbraio 1949, n. 43, Provvedimenti per incrementare l'occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori. In G. U. n.54 del 7-3-1949.
85 P. di Biagi (a cura di), La grande ricostruzione cit., p. 17.
86 Sul sito dell'istituto, storing.ingv.it, sono raccolti i resoconti di tutti i grandi terremoti avvenuti in Italia in epoca storica. Da qui provengono i dati presentati sopra. Cfr. storing.ingv.it/cfti.
87 Regio Decreto-legge 3 agosto 1930, n. 1065, Provvedimenti in dipendenza del terremoto del 23 luglio 1930. In G. U. n.187 del 11-8-1930, convertito con Legge 29 dicembre 1930 n. 1906, in G. U. 17-2-1931 n. 39.
88 Cit. in storing.ingv.it/cfti, The Catalogue of Strong Italian Earthquakes describes this earthquake sequence under the following heading, terremoto dell'Irpinia e del Vulture 1930.
89 Ibidem.
90 Legge 28 dicembre 1931, n. 1733, Conversione in legge dei Regi decreti-legge 12 giugno 1931, n. 841, e 17 luglio 1931, n. 1003, che autorizzano ulteriori spese per provvedimenti a favore dei danneggiati dal terremoto del 23 luglio 1930. In G. U. n.22 del 28-1-1932.
91 Cfr. storing.ingv.it.
92 Per una biografia sintetica di Piero Puricelli, treccani.it/enciclopedia/piero-puricelli_(Dizionario-Biografico). L'elenco completo dei suoi incarichi pubblici e dell'attivit parlamentare si trova invece in senato.it, "senatori dell'Italia fascista".
93 In seriestoriche.istat.it, trasporti e incidenti stradali, Tavola 17.5 - Veicoli a motore per i quali  stata pagata la tassa automobilistica per categoria Anni 1914-2015.
94 Cfr. www.treccani.it/enciclopedia/piero-puricelli_(Dizionario-Biografico).
95 Paul Ginsborg, Storia dell'Italia dal Dopoguerra a oggi, Torino, Einaudi 1989, pp. 290-91.
96 A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo, La Nuova Italia, Firenze 2002, p. 65 (prima ed. 1938).
97 E. Gentile, S.M. Di Scala, Mussolini socialista, Laterza, Roma-Bari 2015, p. 129.
98 In generale sulla figura del Mussolini anteguerra cfr. il citato E. Gentile, S.M. Di Scala, Mussolini socialista, e R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Einaudi, Torino 1995.
99 E. Gentile, Fascismo, cit., p. 10.
100 La lista di Mussolini nel collegio di Milano, uno dei pochi in cui si present e in cui il fascismo come movimento era nato, raccolse 4657 voti. Per fare un paragone, nello stesso collegio la lista socialista, il cui capolista era Filippo Turati, di voti ne prese 170201. Cfr. Statistica elezioni generali politiche XXV legislatura, pp. 76-77. In biblioteca digitale ISTAT, istat.it.
101 R. De Felice, Mussolini il fascista. La conquista del potere (1921-1925), Einaudi, Torino 1995, p. 222.
102 La figura di Silvestri  essa stessa piuttosto complessa: giornalista accusatore di Mussolini nel 1924-25, durante il primo processo Matteotti, testimonia in favore dell'innocenza del duce nel secondo processo, nel 1947. Venne condannato al confino nei primi anni trenta e si avvicin poi al regime, fino a divenire l'ultimo giornalista ad aver intervistato Mussolini durante il periodo della Repubblica sociale italiana. Per un breve ritratto della sua vita cfr. M. Canali, Il delitto Matteotti, il Mulino, Bologna 2015, pp. 269-89.
103 C. Silvestri, Matteotti, Mussolini e il dramma italiano, Cavallotti, Milano 1981, p. 58.
104 M. Canali, Il delitto Matteotti, cit., p. 40.
105 Citato in R. De Felice, Mussolini il fascista, cit. p. 625.
106 M. Canali, Il delitto Matteotti, cit., pp. 78-80.
107 Ibid., p. 237.
108 R. De Felice, Mussolini il fascista, II, cit. p. 625.
109 Ibid., p. 626.
110 Discorso riportato in R. De Felice, Mussolini il fascista, II, cit. p. 721 e sgg. L'importanza di questo discorso parlamentare fa propendere alcuni storici per identificare in questo atto la vera nascita della dittatura in Italia.
111 P. Corner, Corruzione di sistema? I "fascisti reali" tra pubblico e privato, in P. Giovannini e M. Palla (a cura di), Il fascismo dalle mani sporche, dittatura, corruzione affarismo, Laterza, Roma-Bari 2019, p. 10.
112 R. De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso, Einaudi, Torino 1974, p. 203.
113 P. Corner, Corruzione di sistema?, cit., p. 16.
114 M. Franzinelli, I tentacoli dell'OVRA. Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Bollati Boringhieri, Torino 1999, p. 229 e ssg.
115 A. Petacco, L'archivio segreto di Mussolini, Mondadori, Milano 2010, p. III.
116 Su questo, cfr. M. Franzinelli, Delatori, spie e confidenti anonimi. L'arma segreta del regime fascista, Feltrinelli, Milano 2012.
117 R. De Felice, Mussolini il fascista, II, cit. pp. 721-22.
118 P. Giovannini, M. Palla (a cura di), Il fascismo dalle mani sporche, cit., p. XV.
119 Su questi e altri aspetti della vita privata di Mussolini si sofferma Dennis Mack Smith nel suo Mussolini, Bur, Milano 2004.
120 Gli ultimi giorni di Mussolini sono stati oggetto di un'indagine storiografica, letteraria e anche cinematografica molto vasta. Per un quadro degli ultimi giorni, oltre alle biografie pi ampie, cfr. P. Milza, Gli ultimi giorni di Mussolini, Longanesi, Milano 2011; e M. Franzinelli, Il Prigioniero di Sal, Mondadori, Milano 2012.
121 Per una ricostruzione della resistenza al fenomeno mafioso dall'Ottocento a oggi cfr. U. Santino, Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000; e E. Ciconte, Storia Criminale, la resistibile ascesa di mafia, 'ndrangheta e camorra dall'Ottocento ai giorni nostri, Rubbettino, Palermo 2008.
122 Regio Decreto 15 dicembre 1921, n. 2047, Che approva il testo unico delle leggi per la concessione delle terre. In G. U. n.25 del 31-1-1922.
123 Regio Decreto-Legge 11 gennaio 1923, n. 252, Concernente l'abrogazione delle norme relative alla concessione delle terre. In G. U. n.42 del 20-2-1923, convertito con Legge 17 aprile 1925 n. 473, in G. U. 5 - 5 - 1925 n. 104.
124 E. J. Hobsbawm, I Ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, Einaudi, Torino 2002, p. 63.
125 S. Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai nostri giorni. Donzelli, Milano 2004.
126 E. J. Hobsbawm, I Ribelli, cit., pp. 63-64.
127 E. Ciconte, Storia Criminale. La resistibile ascesa di mafia, 'ndrangheta e camorra dall'Ottocento ai giorni nostri, Rubbettino, Palermo 2008, p. 276.
128 R. De Felice, Mussolini il fascista, cit., p. 28.
129 www.treccani.it/enciclopedia/cesare-mori_(Dizionario-Biografico).
130 E. Ciconte, Storia Criminale, cit., p. 280.
131 Ministero del Tesoro, direzione generale del debito pubblico, Relazione del direttore generale alla commissione parlamentare di vigilanza, Il debito pubblico in Italia 1861-1987, vol. I, Roma 1988, p. 90.
132 Ministero del Tesoro, cit., p. 33. Il debito fu poi definitivamente rinegoziato nel 1926, con un accordo di saldo a rate che sarebbe dovuto arrivare al 1987.
133 Citazione ripresa da R. Petri, Storia economica d'Italia dalla Grande guerra al miracolo economico (1918-1963), il Mulino, Bologna 2002, p. 61.
134 G. Mortara, Prospettive economiche 1922, Societ Tipografica Leonardo da Vinci, Citt di Castello 1922, p. XX, citato in nota a D. Fausto, Lineamenti dell'evoluzione del debito pubblico in Italia (1861-1961), ISTAT, Roma 2005, p. 91.
135 Lettera citata in nota a D. Fausto, Lineamenti cit., p. 92.
136 G. Matteotti, Reliquie, Dall'Oglio, Milano 1965 (prima ed. 1924), p. 142.
137 Prese la tessera del PNF nel 1921, alla nascita del partito, e si occup in quel periodo della stesura degli articoli economici del "Popolo d'Italia". Una volta allontanato dal Ministero delle Finanze fu per, all'interno del partito, uno tra i pi accesi critici delle politiche economiche del regime. Cfr. Franco Marcoaldi, De Stefani, Alberto, in Dizionario biografico degli italiani, treccani.it.
138 R. Petri, Storia economica d'Italia, cit., p. 63.
139 Ibid., p. 65.
140 R. De Felice, Mussolini il fascista. L'organizzazione dello stato fascista, Einaudi, Torino 1995, p. 89.
141 Per una ricostruzione dei modi di applicazione e delle conseguenze del cambio lira-sterlina, cfr. M.L. Cavalcanti, La politica monetaria italiana fra le due guerre (1918-1943), Franco Angeli, Milano 2011, pp. 133-42.
142 R. De Felice, Mussolini il duce, cit., p. 67.
143 S. La Francesca, La politica economica del fascismo, Laterza, Bari, 1973, p. 47.
144 Regio Decreto-Legge 23 gennaio 1933, n. 5, Costituzione dell'"Istituto per la ricostruzione industriale", con sede in Roma. In G. U. n.19 del 24-1-1933, convertito con Legge 3 maggio 1933 n. 512, in G. U. 2-6-1933 n. 128.
145 Regio Decreto 2 gennaio 1913, n. 453, Col quale viene approvato l'annesso testo unico delle leggi riguardanti l'Amministrazione della Cassa dei depositi e prestiti, delle gestioni annesse, della sezione autonoma di credito comunale e provinciale e degli Istituti di previdenza. In G. U. n.170 del 22-7-1913.
146 R. Petri, Storia economica d'Italia, cit., p. 98. Petri qui in parte cita a sua volta Fabrizio Barca, Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra ad oggi, Donzelli, Roma 1997, p. 9.
147 Regio Decreto-Legge 24 giugno 1937, n. 906, Provvedimenti finanziari relativi all'industria siderurgica nella quale  interessato l'Istituto per la Ricostruzione Industriale. In G. U. n.147 del 26-6-1937, convertito con Legge 30 dicembre 1937 n. 2538, in G. U. 23-2-1938 n. 44.
148 G. U. n.147 del 26-6-1937.
149 M. Franzinelli, M. Magnani, Beneduce, il finanziere di Mussolini, Mondadori, Milano 2009, pp. 229-30.
150 R. Petri, Storia economica d'Italia, cit., p. 116.
151 La produzione media annua negli anni venti, prima dell'inizio della "battaglia", oscillava tra i 44 e i 60 milioni di quintali. Nel 1938 furono raggiunti oltre 81 milioni di quintali di produzione. La cifra cal a 70 negli anni successivi, venendo poi travolta dalla guerra. Cfr. seriestoriche.istat.it, Agricoltura, zootecnia e pesca, tavola 13.9, Tavola 13.9 Produzione delle principali coltivazioni erbacee: cereali e leguminose da granella - Anni 1861-2015 (in migliaia di quintali).
152 Tutti i dati qui riportati sono ricavati per l'Italia dalle serie storiche del Ministero delle Finanze e per gli altri paesi europei dall'ufficio di statistica delle Nazioni Unite, citate in R. De Felice, Mussolini il duce, cit., p. 59.
153 R. De Felice, Mussolini il duce, cit., p. 59.
154 Ibid., p. 74.
155 Ministero del Tesoro, direzione generale del debito pubblico, cit., p. 39 (nota).
156 Ibid., p. 42.
157 F. Guarneri, Battaglie economiche fra le due guerre, il Mulino, Bologna 1988, p. 941 e ssg.
158 T. Terhoeven, Oro alla Patria. Donne, guerra e propaganda nella giornata della fede fascista, il Mulino, Bologna 2006, p. 190.
159 F. Guarneri, Battaglie economiche fra le due guerre, cit., p. 941 e ssg.
160 S. Poma (a cura di), G. Ciano, Diario, 1937-1942, Edizione integrale, Narcissus, 2018. p. 181.
161 M. Sorrentino, G. Vecchi, Le condizioni di vita degli italiani: nutrizione, in, G. Vecchi, In ricchezza e in povert. Il benessere degli italiani dall'Unit a oggi, il Mulino, Bologna 2011, p. 32.
162 G. Galeotti, Storia del voto alle donne in Italia. Alle radici del difficile rapporto tra donne e politica, Biblink, Roma 2006, p. 76.
163 G. Galeotti, Storia del voto alle donne in Italia, cit., p. 30. L'autrice trae la citazione del discorso da B. Mussolini, Opera Omnia, a cura di E. e D. Susmel, Firenze 1951-1980, vol. XIX, p. 215.
164 Legge 22 novembre 1925, n. 2125, Ammissione delle donne all'elettorato amministrativo. In G. U. n.285 del 9-12-1925.
165 Legge 4 febbraio 1926, n. 237, Istituzione del Podest e della Consulta municipale nei Comuni con popolazione non eccedente i 5000 abitanti. In G. U. n.40 del 18-2-1926.
166 Decreto Legislativo Luogotenenziale 1 febbraio 1945, n. 23, Estensione alle donne del diritto di voto. In G. U. n.22 del 20-2-1945.
167 Decreto Legislativo Luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74, Norme per l'elezione dei deputati all'Assemblea Costituente. In G. U. n.60 del 12-3-1946 - Suppl. Ordinario n. 60.
168 Legge 10 dicembre 1925, n. 2277, Protezione e assistenza della maternit e dell'infanzia. In G. U. n.4 del 7-1-1926.
169 G. U. n. 4 del 7-1-1926.
170 Regio Decreto-Legge 22 marzo 1934, n. 654, Tutela della maternit delle lavoratrici. In G. U. n.99 del 27-4-1934, convertito con Legge 5 luglio 1934 n. 1347, in G. U. 25-8-1934 n. 199.
171 G. Galeotti, Storia del voto alle donne in Italia. Alle radici del difficile rapporto tra donne e politica, Biblink, Roma 2006, p. 92.
172 Regio Decreto 6 giugno 1925, n. 1084, Regolamento per gli istituti privati e pareggiati di istruzione media e per la creazione, regificazione e trasformazione di scuole. In G. U. n.154 del 6-7-1925.
173 Regio Decreto 6 giugno 1925, n. 1084, art. 50.
174 Regio Decreto 9 dicembre 1926, n. 2480, Regolamento per i concorsi a cattedre nei Regi istituti medi d'istruzione e per le abilitazioni all'esercizio professionale dell'insegnamento medio. In G. U. n.73 del 29-3-1927, Art. 11 "Ai concorsi e agli esami di abilitazione sono ammessi indistintamente gli uomini e le donne, fatta eccezione dei concorsi per le classi IV, V (limitatamente ai concorsi per l'istituto tecnico) VI e VII (limitatamente ai concorsi per il liceo classico e scientifico) di cui all'annessa tabella, che sono riservati agli uomini, e dei concorsi e degli esami di abilitazione per maestra giardiniera negli istituti magistrali, che sono riservati alle donne".
175 Regio Decreto-Legge 28 novembre 1933, n. 1554, Norme sulle assunzioni delle donne nelle Amministrazioni dello Stato. In G. U. n.277 del 30-11-1933, convertito con Legge 18 gennaio 1934 n. 221, in G. U. 27-2-1934 n. 48.
176 Regio Decreto 3 marzo 1934, n. 383, Approvazione del testo unico della legge comunale e provinciale. In G. U. n.65 del 17-3-1934 - Suppl. Ordinario n. 65. All'art. 68 in particolare si prevede che solo donne in possesso di determinati requisiti, come madri di caduti in guerra, detentrici di medaglie al valore ecc., potessero prendere parte alle Consulte comunali, l'organo che sostituisce il Consiglio comunale elettivo in epoca fascista.
177 Regio Decreto-Legge 5 settembre 1938 n. 1514, Disciplina dell'assunzione di personale femminile agli impieghi pubblici e privati. In G. U. n.228 del 5-10-19381938 convertito con Legge 5 gennaio 1939 n. 77, in G. U. 6-2-1939 n. 30. Art. 1 "Le assunzioni di donne agli impieghi presso le amministrazioni dello stato e gli altri enti od istituti pubblici, ai quali esse sono ammesse in base alle disposizioni in vigore, nonch agli impieghi privati,  limitata alla proporzione massima del dieci per cento del numero dei posti.  riservata alle pubbliche amministrazioni la facolt di stabilire una percentuale minore per nomine ed impieghi. Le pubbliche amministrazioni e le aziende private che abbiano meno di 10 impiegati, non possono assumere alcuna donna quale impiegata.  fatta eccezione nei riguardi delle aziende private nei riguardi delle parenti od affini fino al 4 grado del titolare d'azienda".
178 Art. 587 del Codice Penale approvato con Regio Decreto 19 ottobre 1930, n.1398. Articolo abrogato dall'art. 1 della Legge 5 agosto 1981, n. 442, Abrogazione della rilevanza penale della causa d'onore.
179 Legge 5 agosto 1981, n. 442.
180 Dopo la morte del duce, Rachele Guidi scrisse addirittura dei libri nei quali sostenne e difese, nonostante tutto, la figura del marito. Il primo usc gi nel 1948, dal titolo famigliare La mia vita con Benito (Arnoldo Mondadori, Milano 1948).
181 R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario (1883-1920), Einaudi, Torino 2018, p. 46. Pi in generale, sulla sua esperienza svizzera, S. Visconti, L'educazione rivoluzionaria di un romagnolo in Svizzera, in, E. Gentile, S.M. Di Scala, Mussolini socialista, Laterza, Roma-Bari 2015, pp. 3-36.
182 E. Gentile, Fascismo, cit., p. 8.
183 A. Del Boca, Italiani, Brava gente? Un mito duro a morire, Neri Pozza, Vicenza 2005, p. 44.
184 Una veloce biografia del gerarca, che fu accanto a Mussolini dalla marcia su Roma fino al voto contrario al duce del 25 luglio 1943, si trova in treccani.it/enciclopedia/de-vecchi-cesare-maria_(Dizionario-Biografico).
185 G. Rochat, Le guerre italiane (1935-1943). Dall'Impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi, Torino 2008, p. 23.
186 Ibid., p. 37.
187 Ne furono portate sul teatro di guerra quantit impressionanti: 60000 proiettili d'artiglieria caricati ad arsine e circa 3300 bombe d'aereo che contenevano 220 kg di iprite l'una (cfr. Rochat, Le guerre italiane, cit. pp. 66-67).
188 Angelo del Boca riporta a questo proposito alcuni brani raccontati dallo stesso Vittorio Mussolini in cui si evince come quella aerea contro gli etiopi pi che una battaglia fosse una battuta di caccia: "Un abissino col fucile correva verso sud, una bella sventagliata e l'abissino era a terra. Era dunque una caccia isolata all'uomo, come al solito, e ogni apparecchio, per conto suo, frugava ogni buco annusando l'abissino". Cfr. V. Mussolini, In volo sulle Ambe, Sansoni, Firenze 1937, p. 52, citato in A. Del Boca, Italiani, Brava gente?, cit., pp. 189-90.
189 Sul bombardamento, che il regime prima neg e poi sostenne essere accidentale, fece luce nel 1997 uno studio dello storico africanista Richard Pankhurst, con Il bombardamento fascista sulla Croce Rossa durante l'invasione dell'Etiopia (1935-1936), in "Studi Piacentini", n. 21, 1997, pp. 129-54.
190 G. Rochat, Le guerre italiane, cit., p. 88.
191 A. Del Boca, Italiani, Brava gente?, cit., p. 167.
192 Su circa 50000 uomini inviati in Spagna, Rochat conta 29302 appartenenti alla milizia fascista e considerabili, anche se con i dovuti distinguo, partenti volontari. Accanto a loro furono per ben 20000 gli effettivi dell'esercito regolare (cfr. G. Rochat, Le guerre italiane, cit., p. 105).
193 A. Del Boca, Italiani, Brava gente?, cit., p. 45.
194 G. Rochat, Le guerre italiane, cit., p.113.
195 Caso tra i pi famosi quello del generale Cavallero, che per anni ricopr ruoli sia nell'esercito che nei conglomerati dell'industria bellica (fu presidente di Ansaldo). Una sintesi della sua disastrosa e ladronesca parabola di supervisore degli armamenti si trova in P. Ferrari, Cavallero tra industria e Stato maggiore, in P. Giovannini e M. Palla (a cura di), Il fascismo dalle mani sporche, cit., pp. 86-106.
196 "La guerra di Spagna non aveva portato l'Italia al centro della politica internazionale come si augurava il duce; l'alleanza con la Germania, osteggiata da una parte del partito, dal re e dalla popolazione, non stava dando i risultati sperati e i tedeschi si mossero sempre nello scacchiere internazionale senza coordinarsi con Mussolini. La dichiarazione di guerra alla Polonia fu uno dei tanti episodi in cui Hitler avvis l'Italia a cose fatte". Cfr. S. Poma (a cura di), G. Ciano, Diario, cit., p. 153.
197 G. Rochat, Le guerre italiane, cit., p. 250.
198 Hitler stesso cerc di rifiutare i soldati italiani: "L'aiuto decisivo, duce, lo potrete per sempre fornire rafforzando le vostre forze nell'Africa settentrionale", fece rispondere dopo l'ennesima offerta di soldati contro l'URSS (cfr. G. Rochat, Le guerre italiane, cit., p. 378).
199 G. Rochat, Le guerre italiane, cit., pp. 383-87.
200 Affermazione contenuta nella celebre intervista che Silvio Berlusconi rilasci al giornale britannico "The Spectator", nel settembre 2003, in cui l'allora presidente del Consiglio, paragonando il duce a Saddam Hussein, disse: "Mussolini non ha mai ammazzato nessuno e non ci sono paragoni con Saddam. Il regime fascista non era cos feroce. Il Duce mandava la gente in vacanza al confino". Cfr. "Corriere della Sera", 11 settembre 2003.
201 Sentenza della Corte di Cassazione n. 8108/2018. Saluto fascista, la Cassazione: "Non  reato se commemorativo", "La Repubblica", 20 febbraio 2018.
202 Regio Decreto 9 febbraio 1902, n. 51, Circa l'ordinamento giudiziario della Colonia Eritrea. in G. U. n.74 del 29-3-1902.
203 La poesia The White Man's Burden, del 1899, parla del compito, difficile e ingrato, affidato all'uomo bianco come portatore della civilt nel mondo. Cfr. R. J. Kipling, Poesie, Newton Compton, Roma 2012.
204 L. Martone, Giustizia coloniale. Modelli e prassi penali per i sudditi d'Africa dall'et giolittiana al fascismo, Jovene Editore, Napoli 2002, p. 30.
205 Discorso riportato su "Il Popolo d'Italia", n. 142, 24 maggio 1918.
206 E. Gentile, Fascismo di pietra, cit., p. 47.
207 Atti parlamentari, Camera dei Deputati, Legislatura XXVI, prima sessione, discussioni, tornata del 21 giugno 1921, p. 89. In storia.camera.it.
208 E. Gentile, Fascismo, cit., p. 6.
209 E. Gentile, Fascismo, cit., p. 247.
210 Per le violenze del periodo che condusse Mussolini al potere cfr. G. Salvemini, Le origini del fascismo in Italia. Lezioni di Harvard, a cura di R. Vivarelli, Feltrinelli, Milano 1979.
211 G. Salvemini, Le origini del fascismo in Italia, cit., p. 321.
212 E. Gentile, Fascismo, cit., p. 235.
213 A. Del Boca, Italiani, Brava gente?, cit., p. 167.
214 A. Del Boca, Italiani, Brava gente?, cit., p. 178.
215 Ibid., p. 180.
216 G. Rochat, Le guerre italiane, cit., p. 13.
217 Per un inquadramento di massima delle vicende riguardanti la politica delle opzioni in Alto Adige, cfr. F. Scarano, Tra Mussolini e Hitler. Le opzioni dei sudtirolesi nella politica estera fascista, Franco Angeli, Milano 2012. Per le violenze fasciste nei Balcani, oltre al citato Del Boca, cfr. G. Oliva, Si ammazza troppo poco. I crimini di guerra italiani, 1940-1943, Mondadori, Milano 2007.
218 C. Di Sante, italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati, 1941-1951, Ombre Corte, Verona 2005, p. 39.
219 F. Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Laterza, Roma-Bari 2013, p. 132.
220 Cfr. D. Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell'Italia fascista in Europa (1940-1943), Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 88. Lo storico usa questa definizione per inquadrare l'impostazione sostanzialmente razzista e imperialista dell'approccio al governo dei territori occupati dagli italiani.
221 Legge 6 luglio 1933, n. 999, Ordinamento organico per l'Eritrea e la Somalia. In G. U. n.189 del 16-8-1933.
222 N. Labanca, Oltremare. Storia dell'espansione coloniale italiana, il Mulino, Bologna 2007, p. 355.
223 G. Stefani, Colonia per maschi. Italiani in Africa orientale: una storia di genere, Ombre Corte, Verona 2007, p. 136.
224 Il 14 luglio del 1938 un gruppo di scienziati fascisti pubblic sulle pagine de "Il Giornale d'Italia" un articolo dal titolo Il fascismo e i problemi della razza. Fu poi riportato sul primo numero della rivista "La difesa della razza" del 5 agosto 1938. Il testo integrale dell'articolo  pubblicato sul sito di ANPI: anpi.it/storia/114/il-manifesto-della-razza-1938. Stando per alla testimonianza del genero del duce, Galeazzo Ciano, l'impianto del documento non fu una spontanea creazione degli accademici italiani: "14 luglio [...] il duce mi annuncia la pubblicazione da parte del Giornale d'Italia di uno statement sulle questioni della razza. Figura scritto da un gruppo di studiosi, sotto l'egida della Cultura Popolare. Mi dice che in realt l'ha quasi completamente redatto lui". In G. Ciano, Diario, cit., p. 59.
225 "Foglio d'ordine" del Partito nazionale fascista, 26 ottobre 1938.
226 Decreto-legge 17 novembre 1938 n.1728, Provvedimenti per la difesa della razza italiana. In G. U. n.264 del 19-11-1938, convertito con Legge 5 gennaio 1939 n. 274, in G. U. 27-2-1939 n. 48.
227 G. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, il Saggiatore, Milano 2015, p. 367 e ssg.
228 F. Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano, cit., p. 117.
229 Ibid., p. 113.
230 Ibid., pp. 116-17.
231 D. Bidussa, Il mito del bravo italiano, il Saggiatore, Milano 1994, p. 79.
232 S. Poma (a cura di), G. Ciano, Diario, 1937-1942, cit., pp. 178-79.
233 R. De Felice (a cura di), Galeazzo Ciano, Diario 1937-1943, Rizzoli, Milano 1980, p. 491.
234 R. De Felice, Mussolini il duce, cit., p. 339.
235 G. Melis, La macchina imperfetta, cit., p. 168.
236 Legge 3 aprile 1926, n. 660, Estensione delle attribuzioni dei Prefetti. In G. U. n.97 del 27-4-1926.
237 F. Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano, cit., p. 149.
238 Legge 31 dicembre 1925, n. 2307, Disposizioni sulla stampa periodica. In G. U. n.3 del 5-1-1926.
239 Regio Decreto 18 giugno 1931, n. 773, Approvazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza. In G. U. n.146 del 26-6-1931 - Suppl. Ordinario n. 146.
240 Art. 112: " vietato fabbricare, introdurre nel territorio dello Stato, acquistare, detenere, esportare, allo scopo di farne commercio o distribuzione, o mettere in circolazione scritti, disegni, immagini od altri oggetti di qualsiasi specie contrari agli ordinamenti politici, sociali od economici costituiti nello Stato o lesivi del prestigio dello Stato o dell'autorit o offensivi del sentimento nazionale, del pudore o della pubblica decenza". In G. U. n.146 del 26-6-1931 - Suppl. Ordinario n. 146.
241 Regio Decreto 14 settembre 1931, n. 1175, Testo unico per la finanza locale. In G. U. n.214 del 16-9-1931 - Suppl. Ordinario n. 214.
242 Regio Decreto 14 settembre 1931, n. 1175, Testo unico per la finanza locale. In G. U. n.214 del 16-9-1931 - Suppl. Ordinario n. 214.
243 Dati rilevati in Popolazione e societ, struttura ed evoluzione della popolazione ai censimenti, seriestoriche.istat.it .
244 Ibidem.
245 A.Treves, Le nascite e la politica nell'Italia del Novecento, Led, Milano 2001, pp. 119-25.
246 Popolazione e societ, struttura ed evoluzione della popolazione ai censimenti, seriestoriche.istat.it .
247 www.treccani.it/enciclopedia/il-fascismo-e-la-scienza.
...
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...
FINE.
